L’angelo è una figura che, nella sua specificità e nella sua interezza, è presente soltanto nelle cosiddette "religioni del Libro", ossia in quelle religioni basate su di un testo sacro che i fedeli ritengono rivelato: l’ebraica (con la Bibbia, limitatamente a quella parte che noi chiamiamo Antico Testamento), la cristiana (con la Bibbia nella sua interezza, cioè Antico e Nuovo Testamento), l’islamica o musulmana (col Corano). Le "religioni del Libro" sono anche quelle rigorosamente monoteiste, fondate cioè sulla fede in un unico Dio, creatore e ordinatore dell’universo, qualunque sia il nome col quale viene designato.
Il perché della necessità di questa figura è semplice: sono le religioni che concepiscono un Ente Supremo, distante nella sua assolutezza e sacralità, ad aver bisogno soprattutto di esseri intermedi fra il trascendente e l’umanità, fra l’Essere di Luce e l’essere di terra. L’angelo come mediatore identifica il problema fondamentale del rapporto fra l’uomo e la divinità: in questo senso vediamo anche come la figura dell’angelo muti nei secoli con l’evolversi delle culture e delle civiltà.
Invece nelle religioni politeiste sono i singoli dei che spesso compaiono e agiscono direttamente nei confronti dell’uomo. Anche nelle religioni diverse da quelle monoteiste si ritrovano spesso delle figure soprannaturali intermedie che esercitano alcune delle funzioni proprie dell’angelo: sono protettrici, consolatrici, ispiratrici, guide o anche spiriti custodi dei vari elementi che costituiscono il mondo naturale. Malgrado una parziale diversità, questi esseri finiscono col presentare molte affinità e somiglianze con gli “angeli” propriamente detti; possiamo quindi dire che tali entità sono reperibili nel patrimonio di ogni cultura anche se, andando dalla Persia verso l’Oriente, l’idea di angelo tende a farsi sempre più vaga e incerta.
Questi esseri intermedi (presenti nelle tradizioni degli Assiri, dei Babilonesi, dei Fenici, degli Egiziani e dei Persiani) hanno in qualche modo influenzato la concezione ebraica degli angeli. E la dottrina ebraica, in quanto più antica, ha ovviamente influenzato, a sua volta, cristianesimo e islamismo. In una “storia” degli angeli occorre inoltre considerare i rapporti con il mondo classico e la filosofia greca, che ebbero un profondo influsso sull’ebraismo del tempo di Cristo e poi sui Padri della Chiesa e sul loro modo di intendere il mondo angelico.

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All’inizio della storia dell’umanità rileviamo la presenza degli spiriti della natura, benefici, che presiedono vari elementi; essi si contrappongono agli spiriti diabolici, incarnazione del male, le cui immagini compaiono già nelle pitture rupestri della preistoria. Secondo alcuni, gli angeli deriverebbero dai mani, cioè le anime divinizzate dei defunti; presso molte culture, infatti, si ritiene che gli spiriti umani, dopo la morte, divengano protettori dei viventi, evolvendosi gradatamente verso forme di vita sempre più elevate nella gerarchia celeste.
Comunque il punto d’inizio di una vera e propria storia angelica è da reperire presso le religioni mediorientali, dove trova rigoglioso sviluppo l’idea di entità intermedie tra la dimensione umana e quella divina. Partendo da qui si dipana il filo che collega le mitologie ariana, assiro-babilonese, egizia, iranica, greca, gnostica con la cultura ebraica, cristiana e infine islamica.

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Secondo la tradizione rabbinica, i nomi degli angeli nacquero a Babilonia, dove gli ebrei furono deportati per un lungo periodo nel VI secolo a.C. dopo la distruzione dei loro regni; sicuramente l’angelologia ebraica trasse, da questo contatto non voluto, un notevole arricchimento.
Infatti, angeli nella Bibbia ebraica se ne trovano ma è raro che abbiano un ruolo di primo piano, essendo spesso frutto di revisioni editoriali, surrogati di Jahvè ogni qual volta i redattori della scuola sacerdotale sentivano che il testo jahvista si faceva troppo ardito nella raffigurazione di Dio. Gli angeli diventano figure di primo piano, sostituti di un Dio sempre più remoto, solo nelle scritture apocalittiche ebraiche del III e del II secolo prima dell’èra volgare, in una Palestina governata dai successori ellenistici di Alessandro Magno.
Gli angeli, così come noi li conosciamo, non ebbero origine dal mondo ebraico, ma tornarono dalla cattività babilonese insieme agli ebrei. La fonte principale va ricercata nell’angelologia della Persia zoroastriana, che si può far risalire al 1500 a.C. Le idee originarie di Zoroastro (versione greca del nome Zarathustra) riapparvero nel tardo giudaismo apocalittico, nello gnosticismo e nel primo cristianesimo, per poi riemergere nel ramo sciita dell’islamismo, ancora oggi prevalente in Iran.
La Bibbia prima dell’esilio è soprattutto il Libro di Davide. La corte di Davide era una società fondamentalmente militare, con il re-eroe che esercitava il comando sui guerrieri e uno o due profeti consiglieri. Nell’età successiva, quella di Salomone, una corte di grande cultura circondava il monarca, che amministrava una società mercantile, urbana e relativamente pacifica, ma che ancora riconosceva il suo ideale nella figura carismatica di Davide. In Babilonia gli ebrei avevano visto quella che doveva essere un’immensa e complessa corte reale, la cui struttura riproduceva l’ipotetica gerarchia celeste. Dio, dopo l’esilio babilonese, regna su un cosmo di ordini angelici, e non è più il solitario Dio-guerriero Jahvè.

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Nello zoroastrismo, poi soverchiato dall’Islam, il dio supremo e buono Ahura-Mazda (il "Saggio Signore") ha generato sette entità chiamate Amesha Spenta, gli "Immortali Benefici", che gli sono sempre accanto, hanno collaborato alla creazione del mondo e intervengono nelle sue vicende. Queste sette entità hanno tratti e caratteristiche che per molti aspetti sono collegabili ai sette arcangeli posti intorno a Dio per celebrare la sua gloria, come testimoniato per esempio in Tobia (12, 15).
Lo zoroastrismo, inoltre, prevede l’esistenza di un essere con funzioni analoghe a quelle dell’angelo custode, la Fravashi. Essa si configura come una specie di "doppio" trascendente dell’individuo ed esplica un’azione protettiva. Le Fravashi di tutti gli esseri umani preesistono agli individui che vengono al mondo e dall’eternità si trovano dinanzi ad Ahura-Mazda, il quale se ne serve per governare l’universo: esse costituiscono una permanente assemblea di tutti coloro che nasceranno, che sono nati e che sono morti.
L’influenza dello Zoroastrismo si avverte soprattutto nella tradizione angelologica giudaica successiva alla formazione dell’Antico Testamento (in particolare nel filosofo ebreo Filone di Alessandria) e nei testi non canonici (o Apocrifi), che spesso hanno influenzato anche i Padri della Chiesa.

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Il vasto pantheon delle divinità assiro-babilonesi annovera tra gli altri il dio Anu (in sumerico significa "cielo"), che aveva al proprio servizio dei particolari esseri, chiamati sukkali (in concreto la moglie e una lunga schiera di figli) usati per entrare in contatto con gli esseri umani. Il termine sukkal significa infatti "messaggero". La funzione di protezione nei confronti dell’uomo era invece affidata a divinità personali, che avevano il compito di contrastare sin dalla nascita gli spiriti malvagi, ma che abbandonavano l’individuo al suo destino qualora questi avesse commesso degli atti peccaminosi (cosa che gli angeli biblici non fanno). Gli dei principali babilonesi avevano inoltre al proprio servizio delle divinità minori con compiti di “messaggeri” o “araldi”, come Nabu e Nusku, che ricoprivano ruoli compresi in quello ebraico di angelo.
Agli assiro-babilonesi, come ora vedremo, va anche fatta risalire la definizione di due tra le più importanti schiere angeliche, quelle dei cherubini e dei serafini.
Nella città di Ur, fondata lungo la valle dell’Eufrate verso il 4000 a.C., e che ebbe il suo massimo sviluppo circa 1500 anni dopo, fu rinvenuta una stele raffigurante una creatura alata, che versa da un’anfora l’acqua di vita nel calice di un re sconosciuto. Ancora: una delle più antiche raffigurazioni angeliche della Mesopotamia, anteriore perfino alla stele di Ur, è costituita dai giganteschi grifoni alati. Proprio a queste raffigurazioni sembrerebbero riferirsi i passi, peraltro assai scarni dal punto di vista descrittivo, delle più antiche tradizioni bibliche, quali li troviamo in Esodo (Fece due cherubini d’oro massiccio: li fece alle due estremità del propiziatorio… I cherubini stendevano le ali verso l’alto proteggendo con le loro ali il propiziatorio: erano rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il propiziatorio, Esodo, 37, 8-9) , nel secondo libro di Samuele e nei Salmi.
Le celebri visioni del profeta Ezechiele danno dei cherubini una descrizione completamente diversa rispetto a quella dei karibu assiri o degli animali alati (Samuele, 22, 11) che potevano essere cavalcati (Salmi, 18, 11) e sono di difficile interpretazione a causa del linguaggio profetico adottato. Queste le visioni di Ezechiele:
Ciascuno aveva aspetto d’uomo, ciascuno con quattro facce e quattro ali. I loro piedi erano zampe affusolate e la loro pianta era come quella della zampa di un vitello, scintillanti come il luccicare di un bronzo levigato. Avevano mani umane di sotto le ali sui loro quattro lati; avevano facce e ali tutti e quattro. Le ali erano accoppiate a due a due. Essi avanzavano senza girarsi e ciascuno avanzava dritto davanti a sé. Le forme delle facce erano di uomo; poi le forme di leone sul lato destro dei quattro, di bue sul lato sinistro dei quattro, e ciascuno di essi aveva forme di aquila. Le loro ali erano distese verso l’alto; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che velavano i loro corpi. Ciascuno procedeva dritto davanti a sé. Procedevano dove tirava quel vento senza girarsi. Tra gli esseri apparivano come dei carboni infuocati che sembravano lampade, essi lampeggiavano fra gli esseri e il fuoco splendeva e da esso schizzavano fulmini. (Ezechiele, 1, 5-13).
Si era intravista nei cherubini la sagoma di un braccio umano sotto le loro ali. Vidi pure quattro ruote a fianco dei cherubini, una ruota vicina a ogni cherubino; le ruote avevano l’aspetto luccicante del crisolito. Apparivano di forma identica tutte e quattro come se una ruota fosse congegnata nell’altra. Quando si muovevano procedevano sui quattro lati, nel procedere non si giravano, ma là dove si rivolgeva la principale andavano senza girarsi. Tutto il corpo, il dorso, le mani, le ali e le singole ruote erano piene d’occhi tutt’intorno, ognuno dei quattro aveva la propria ruota. (Ezechiele, 10, 8-12).
Recentemente alcuni studiosi hanno sostenuto che il testo di Ezechiele avrebbe subito diverse interpolazioni in epoca posteriore e che la versione corretta dovrebbe parlare non di quattro volti, ma di quattro attributi accomunati nello stesso essere: testa umana, corpo di leone, zampe di toro, ali d’aquila. Questo corrisponderebbe alle raffigurazioni dei karibu: gli animali alati, i cherubini assiri.
E’ molto probabile inoltre che alla descrizione fatta da Ezechiele abbiano contribuito forti influenze culturali egizie, con le quali del resto il popolo ebraico era stato a lungo in contatto.

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In quest’area troviamo infatti una divinità, Bes, di probabile origine sudanese o somala, caratterizzata dal fatto di possedere un corpo umano dotato di due paia di ali, di una testa circondata da numerose piccole teste di animali (leoni, tori, coccodrilli) e interamente ricoperto di occhi. Questi occhi hanno un evidente significato simbolico e indicano l’onniveggenza divina: non sono solo strumenti visivi, ma hanno probabilmente anche un significato attivo di raggi luminosi, con la funzione di illuminare le tenebre e, implicitamente, di scacciare i mostri che vi trovano ricetto, quindi in definitiva di disperdere il male.
Altre figure divine, spiriti e “creature intermedie”, ricordano poi i nostri angeli: alcune di queste figure erano benefiche e altre invece erano considerate pericolose e ostili nei confronti degli uomini, al punto che spesso contro di loro si compivano riti magici con lo scopo di arrestarne i poteri negativi.

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Quanto ai serafini, ne parla il profeta Isaia: il loro nome deriva dal termine saraph, che significa "bruciare, ardere", e vengono designati quindi come esseri di fuoco.
Essi compaiono nella visione che Isaia ebbe di Dio nel tempio di Gerusalemme. E’ il momento della sua vocazione e il profeta descrive gli angeli librasi attorno al trono di Dio:
Nell’anno della morte del re Ozia vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato e i suoi lembi riempivano il tempio. Dei serafini stavano sopra di Lui; ognuno di essi aveva sei ali; con due si coprivano la faccia, con due si coprivano i piedi e con due volavano. L’uno all’altro si gridavano dicendo: “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti; tutta la terra è piena della sua gloria”. Gli stipiti delle soglie tremavano per la voce di quelli che gridavano, mentre il tempio si riempiva di fumo. (Isaia, 6, 1-4)
Anche in questo caso il carattere profetico della visione rende difficile comprendere esattamente l’immagine cui fa riferimento il testo: tuttavia esistono dei paralleli nell’arte siriana dell’inizio del I millennio a.C. che possono costituire il modello dei serafini descritti. Si noti comunque che i confronti con l’arte mediorientale riguardano sempre l’iconografia angelica e non il significato religioso di queste creature.

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Il tardo giudaismo, che va all’incirca dal II secolo a.C. al V d.C., produsse una ricca letteratura rabbinica, costituita dai cosiddetti Apocrifi veterotestamentari: testi cioè che, pur trattando temi analoghi a quelli contenuti nei libri "ufficiali" della Bibbia, non vennero però accolti come sacri. Essi elaborarono molti temi che saranno poi ripresi nel Talmud e nel Midrash.
Gli Apocrifi dedicano ampio spazio all’angelologia (in particolare il libro di Enoch), arricchendola di elementi coreografici e di descrizioni minuziose, che sono pressoché assenti nei libri canonici: si parla, per esempio dell’angelo della brina, di quello della grandine, di quello della neve.
Questa ridondanza incontrò soprattutto il gusto dei ceti popolari, presso i quali si diffuse un culto verso gli angeli con forti tendenze alla superstizione e alla idolatria. La cosa suscitò l’allarmata reazione dei rabbini, che condannarono tali degenerazioni, analogamente a quanto fece la Chiesa cristiana più o meno nello stesso periodo.

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Il contributo del mondo greco alla definizione della figura angelica è importante, anche se non influenzò in profondità il significato stesso della concezione dell’angelo ebraico e cristiano. Tuttavia non si può dimenticare che la parola ànghelos è greca e significa “messaggero” e che è usata già in Omero per designare i messaggeri di Zeus nel mondo degli uomini. Anche lo stesso Zeus, il dio supremo, è detto agazòs aggelos, cioè “angelo buono”.
Proprio nei poemi omerici, in particolare, troviamo figure divine che avevano funzioni del tutto simili a quelle degli angeli della nostra tradizione: per esempio Atena, nel primo canto dell’Iliade, si adopera presso Achille in modi che ricordano molto da vicino quelli dell’angelo custode quale noi lo conosciamo. E’ visibile soltanto a lui e gli porta consiglio nella sua lotta con Agamennone. Ma anche Agamennone riceve un aiuto divino: in sogno gli appare Nestore, che si autodefinisce “messaggero di Zeus” e ha il compito di dargli certi suggerimenti. E nel 24° canto è Iride, la dea dell’arcobaleno, che soccorre il vecchio re Priamo che piange la morte di suo figlio Ettore: è inviata di Zeus, sua messaggera.
Nell’Odissea Ulisse viene più volte soccorso dal padre degli dei attraverso Atena e l’alato Ermete. E’ Ermete che lo aiuta a sciogliersi dagli incantesimi della ninfa Calipso: il dio alato annuncia infatti alla ninfa la decisione degli dei di ridare la libertà a Ulisse, che tanto la desidera. Giunto presso i Feaci e poi nel paese dei Ciclopi, Ulisse stesso è consapevole di essere guidato da un dio soccorritore. E quando finalmente tocca le rive di Itaca e teme di non riuscire a vincere i numerosi avversari, è ancora una volta la dea Atena a incoraggiarlo e a rassicurarlo della vittoria finale.
E per fare soltanto un accenno ai filosofi dell’antica Grecia: in Platone troviamo numerosi riferimenti a esseri intermedi esistenti tra cielo e terra. Tra questi anche Eros, il semidio degli antichi miti, tante volte citato anche nei poemi omerici.
Nel Symposion leggiamo infatti, con riferimento ai compiti di Eros:
Suo incarico è tradurre e presentare agli dei ciò che viene dagli uomini e agli uomini ciò che viene dagli dei: le preghiere e le offerte degli uni, gli ordini e l’accettazione delle offerte degli altri….
E’ attraverso l’elemento “demoniaco” (da daimones), qui inteso come soprannaturale e immortale, che si manifesta – dice Platone – l’arte dei sacerdoti, con riferimento alle vittime, alle dedicazioni, alle profezie, alle magie. Leggiamo ancora:
Dio infatti non tratta con gli uomini, bensì ogni rapporto e dialogo degli dei con gli uomini avviene attraverso intermediari, sia nella veglia che nel sonno. Di tali demoni e spiriti ne esistono molti e di molte specie, e uno di costoro è anche Eros.
Lo stesso Socrate si richiamava sovente alla sua voce interiore, che definiva daimononion e che lo accompagnò per tutta la vita… una via di mezzo tra l’angelo custode e la coscienza:
Ciò mi è accaduto fin dalla mia infanzia, cioè una voce che quando si fa sentire mi sconsiglia da qualcosa che voglio fare e che però non ha mai cercato di persuadermi (Apologia 31 d).
Aristotele parlava invece di esseri celesti di puro spirito non soggetti alle passioni umane, ma capaci di rendere possibile il movimento stesso dell’universo, fondato sull’armonia tra l’uomo e il divino. Queste intelligenze motrici sono state alla base della formazione della dottrina dei Cori angelici collegati ai singoli cieli nella teologia medievale e in Dante. Anche la filosofia neoplatonica di Proclo e Plotino conosceva esseri che fungevano da mediatori con il piano del divino e che erano chiamati dynameis, “potenze”, parola usata anche dai teologi cristiani per definire gli angeli.

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Angeli "influenzati" dal neoplatonismo sono presenti in maniera piuttosto originale anche all’interno della cultura gnostica che, partendo dall’Oriente agli inizi della nostra era, si sviluppa in tutto il bacino mediterraneo e confluisce nel cristianesimo dei primi secoli, come eresia aspramente combattuta dai Padri della Chiesa.
La gnosi (dal greco "conoscenza") si manifesta come tendenza religiosa di tipo sincretistico, assommando disparati elementi provenienti dalle varie religioni misteriche, dalle correnti magico-astrologiche, dall’ermetismo, dal giudaismo alessandrino, dalle filosofie ellenistiche.
Per lo gnosticismo, che esaspera il dualismo tra spirito e materia, la salvezza - indotta dal sacrificio simbolico di Gesù - si esplica attraverso la conoscenza iniziatica, che conduce alla liberazione dell’anima dalla prigione del corpo.
Secondo la gnosi, gli angeli sono esseri malvagi, che hanno creato il mondo materiale e lo governano lottando tra di loro, ciascuno volto ad affermare la propria supremazia. Con la vittoria finale dello Spirito essi saranno distrutti assieme alla loro creazione.

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Dionigi l’Areopagita è un misterioso autore, che pretende di essere contemporaneo di san Paolo, ma che la critica moderna colloca attorno al VI secolo, designandolo come Pseudo-Dionigi. Chiunque sia, è lui che, con meticolosità tipicamente medievale e rifacendosi nuovamente ad una evidente matrice neoplatonica, ha messo ordine nell’infinito e indefinito mondo degli angeli, classificandoli secondo una precisa gerarchia; questa, salvo poche eccezioni, costituisce da allora un punto fermo sull’angelologia e ha ottenuto pressoché unanimi riconoscimenti in tutta la cristianità.
Dionigi è autore di un consistente Corpus Dionysiacum, nel quale spicca una complessa opera denominata "Le gerarchie celesti". La classificazione proposta da Dionigi è basata su nove ordini angelici, distinti in tre raggruppamenti: il primo è ricavato dall’antico Testamento e gli altri dalle scarne indicazioni contenute nelle Epistole di san Paolo.
Ancor prima della classificazione angelica in ordini, attorno al II secolo della nostra era, è ben radicata nella Chiesa cristiana la convinzione che ogni individuo sia assistito da un angelo custode, anche se non esiste alcun dogma in proposito, così come non vi è dogma riguardo alle summenzionate gerarchie angeliche.

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L’interesse per gli angeli ebbe il suo culmine nel Medioevo e non mancarono in proposito dispute famose, come quella che nel XIII secolo oppose il filosofo e teologo scozzese Duns Scoto a san Tommaso d’Aquino, padre della scolastica e autore di una monumentale Summa Theologica, che ancora oggi costituisce un punto di riferimento basilare per la Chiesa cattolica.
La contesa tra i due pensatori verteva sulla natura degli angeli. Per lo scozzese erano incorporei, ma costituiti da una "materia spirituale" avente pur sempre una cerca consistenza; per l’aquinate erano invece "puro intelletto", benché avessero la facoltà di assumere temporaneamente sembianze fisiche quando dovevano entrare in contatto con gli uomini. A sostegno di questa teoria veniva utilizzato l’Antico Testamento laddove si narra di tre angeli che, in sembianze umane, incontrarono Abramo e addirittura divisero la mensa con lui. Contrariamente ai molti sostenitori della tesi opposta, san Tommaso riteneva che gli angeli fossero dotati di libero arbitrio, tanto è vero che alcuni, con alla testa Lucifero, scelsero il male, ribellandosi a Dio e trasformandosi così in demoni.

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A partire dal XVI secolo il protestantesimo tentò di realizzare un severo ritorno alla Bibbia, quale unica rivelazione e autorità. Nella Bibbia è detto chiaramente che non si devono adorare gli Angeli, né rivolgere preghiere a loro, o per loro tramite (si vedano la lettera ai Colossesi 2, 18 e l’Apocalisse 22, 9), giacché il sacrificio di Cristo ha annullato ogni barriera e l’uomo può rivolgersi direttamente a Dio, unico autore di salvezza e a cui solo spetta la gloria. Questo non significa che la riforma protestante abbia negato l’esistenza e l’importanza degli Angeli; essi sono stati riconosciuti, conformemente alla Scrittura, quali messaggeri ed esecutori della volontà divina nei confronti degli uomini.
Lutero, parlando dell’aldilà, affermò che "Riposeremo soltanto in Dio, così come in questa vita dormiamo dolcemente, sotto la protezione di Dio e degli Angeli, senza temere pericolo".
E Calvino: "Per quanto riguarda gli Angeli... la cura e la protezione dell’uomo pio è stata loro affidata. Essi devono perciò, in obbedienza a Dio, essere solleciti riguardo alla nostra salvezza, e pregando per noi non fanno altro che compiere il loro dovere. Dio decreta che tutti gli Angeli si assumano la protezione dei giusti".

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La stessa "cauta" posizione nei confronti degli angeli si riscontra nell'islamismo, che comunque contempla l’esistenza degli angeli: il Corano li cita ben ottantotto volte e la fede nella loro esistenza è il secondo articolo della fede islamica. Il Corano afferma:
Chiunque non crede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi profeti nel giorno ultimo si perde di un perdimento lontano. (4, 136)
E’ tuttavia proibito adorare gli angeli e attribuire loro un carattere divino vicino ad Allah: adorarli e sollecitare il loro aiuto è considerato degradante e avvilente per l’uomo. Infatti il primo giorno della creazione Allah li fece prosternare davanti ad Adamo, al quale accordò una conoscenza più estesa della loro: lo pose dunque al di sopra di loro.
L’angelo (malak, messaggero) è una creatura di luce dotata di ali; è pura e perfetta. Nonostante ciò si trova all’ultimo posto nella scala gerarchica che parte da Dio e contempla, in successione, arcangeli, profeti, esseri umani e angeli. Gli angeli, o malaika, vegliano sull’umanità, annotando tutte le azioni degli uomini; per i mistici Sufi, invece, sono gli esseri umani stessi che registrano le proprie azioni, le quali verranno vagliate nel giorno del Giudizio.
Su quelli che dicono: "Il nostro Signore è Dio" e vi si conformano, scendono gli angeli e dicono: "Non abbiate paura e non siate afflitti, ma ricevete la buona novella del Paradiso che vi è stato promesso. Noi siamo degli amici per voi, in questa e nella vita futura; e là ci sarà per voi quel che le vostre anime desiderano, e là, per voi, ciò che chiederete" (41, 30-31).
Lo stesso Gesù, Isa, è considerato dai musulmani di natura semiangelica e assieme agli angeli siede vicino ad Allah.
Quanto agli arcangeli, il più citato è Gabriele, Jibril, che parlò a Maria di Nazaret e a Maometto, il quale fu da lui ispirato in sogno nella stesura del Corano.
Un altro arcangelo importante è Michele, Mikail, che detiene il dominio delle forze della natura. Le mansioni specifiche degli angeli, prima ancora della protezione degli esseri umani, concernono l’adorazione di Dio e l’obbedienza ai suoi voleri. Secondo il Corano, degli angeli furono mandati da Dio a combattere in alcune battaglie sostenute da Maometto:
Egli rispose: "In verità vi aiuterò con mille angeli dilaganti senza intervallo". Ciò era, nel disegno di Dio, solo come buona novella e perché i vostri cuori si tranquillizzassero... E quando il tuo Signore ispirò gli angeli: "Sì, io sono con voi: date fermezza a quelli che credono. Quanto ai miscredenti, getterò lo spavento nei loro cuori. Colpiteli dunque sotto il collo e in tutte le giunture". (8, 9-12)
Anche la morte del profeta fu – secondo la tradizione – accompagnata da angeli. Quando Maometto era vicino a morire, i suoi parenti ebbero una visione: una schiera di angeli riempì la stanza illuminandola di una luce splendida. L’angelo della morte si avvicinò a Maometto e gli chiese il permesso di prendere la sua anima. E Maometto acconsentì, sollecitandolo anzi a completare rapidamente la sua opera.
Non sappiamo attraverso quali fonti Maometto abbia conosciuto la tradizione ebraica e cristiana; certo è che ne fu influenzato. Di conseguenza anche il ruolo degli angeli nell’Islam è analogo a quello di cui troviamo notizie nelle Sacre Scritture: gli angeli siedono intorno al trono di Allah, dal cui respiro furono creati, lo lodano e gli chiedono perdono per i peccatori, svolgendo così pienamente il ruolo di intermediari che ben conosciamo.
Procedendo nel tempo, troviamo una vasta e affascinante dottrina degli angeli nelle opere dell’illustre filosofo, poeta e teologo musulmano Avicenna (980-1037), nato e vissuto in Persia, il quale previde una duplice cosmogonia: cieli invisibili congiunti a quelli visibili dell’astronomia e della fisica celeste, le intelligenze angeliche che danno origine ai fenomeni palesi dell’universo. In Avicenna sono frequentemente citati l’Arcangelo Gabriele, angelo dell’umanità, e Michele, angelo dei Profeti.

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Procedendo verso Oriente ed entrando nell’area culturale dell’induismo (l’India soprattutto, ma anche parecchie nazioni limitrofe dell’Asia sudorientale), come pure in quella del buddismo (Asia meridionale e orientale), incontriamo delle mitologie estremamente complesse, con la presenza di innumerevoli divinità. Questa folla, apparentemente anarchica, di esseri intermedi, energie, "ìpotenze", costituisce in realtà una gerarchia di forze incessantemente attive che, in modo diretto o indiretto, entrano in relazione con gli uomini. Qui, in particolare nella mitologia vedica e buddista, ritroviamo degli spiriti benigni, di natura angelica, denominati deva: dal sanscrito daiva, il termine significa "risplendente", "essere di luce" e indica la divinità. I "grandi Deva" vengono definiti Chohan, ed i Grandi Chohan prendono il nome di Mahachohan. Esiste inoltre una categoria eccelsa detta dei Dhyan Choan, risultando così una classificazione paragonabile a quella di Dionigi.
Il deva, nel pantheon dell’Oriente, è considerato una divinità minore, cui è prevalentemente affidato il compito di tutelare luoghi ed entità naturali come boschi, alberi, nuvole, laghi, venti, montagne; più in generale custodisce elementi dei regni minerale, vegetale e animale.

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Questa terminologia è diventata di uso comune anche in Occidente per designare gli angeli, e comunque, a seconda delle differenti culture, questi esseri sono sempre stati presenti nelle tradizioni con nomi quali: fate, folletti, elfi, gnomi, ondine. Possiamo dire che, mentre il termine deva designa uno spirito della natura che tutela un determinato elemento del creato, il termine angelo viene preferibilmente riservato agli esseri che si occupano dell’uomo.
L’esistenza dei deva e degli angeli riposa sul fatto che ogni particella dell’esistente rientra nel grande ordine e nella grande armonia dell’universo, ha un proprio ruolo e una funzione specifica e per adempiere al compito assegnato è guidata da un’intelligenza superiore, angelica appunto, la quale non è altro che un infinitesimo della incommensurabile sapienza divina: questa viene, per così dire, smistata e distribuita attraverso i canali delle gerarchie celesti. All’interno del quadro generale, dunque, ogni singola specie persegue una propria meta, secondo uno schema evolutivo che la porta a cercare costantemente l’ascensione a livelli superiori. Così è anche per l’uomo, il cui destino è quello di salire a una dimensione sopraumana, alla condizione angelica: l’uomo diventerà a sua volta un angelo.

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"Angeli che furono o saranno uomini". In questi termini ne parla Helena Blawatsky, nota figura nella storia dell’esoterismo e della Società Teosofica:
Tutto il Cosmo è guidato, controllato ed animato da una serie quasi infinita di Gerarchie di Esseri senzienti, ognuna con una missione da compiere e che, con un nome o l’altro, che li chiamino Dhyan Choan o Angeli, sono i ‘Messaggeri’, cioè, gli agenti delle leggi Karmiche e cosmiche. Ognuno di questi esseri è stato o si prepara ad essere un uomo, se non ora, almeno in un ciclo passato o futuro.
Questi Angeli non "amministrano" né "proteggono", non sono "Messaggeri dell'Altissimo" e ancor meno "Messaggeri della Collera" di un Dio qualsiasi inventato dalla fantasia dell'uomo. Invocare la loro protezione è sciocco come credere di potersi assicurare la loro simpatia con qualche rito propiziatorio, perché anch'essi, come l'uomo, sono creature soggette all'immutabile Legge del Karma e del Cosmo. L'uomo, essendo composto dall'essenza di tutte queste Gerarchie celesti, può riuscire a diventare superiore, in un certo senso, a qualsiasi Gerarchia o Classe o combinazione di esse.
Charles Webster Leadbetter, altro esponente di spicco della Società Teosofica, descrive nel libro "Nascita della Sesta Razza Madre" la vita della nuova società umana: un grande nucleo guidato spiritualmente dagli angeli che si incarnerà fra circa ottocento anni nell’attuale California
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Aspettando che l’uomo diventi superiore alle Gerarchie celesti, non possiamo dimenticare le tante leggende che ci riportano all’isola di Atlantide, distrutta nell’anno 8498 a.C. per la caduta di un asteroide al largo delle Azzorre (questo stando al calendario Maya). Una piccola parte dei sopravvissuti si sarebbe rifugiata nelle loro antiche colonie, penetrando nel bacino del Mediterraneo fino alle terre della Bibbia. E’ stato supposto che alcuni di essi appartenessero ad una élite sacerdotale o aristocratica in possesso di una tecnologia avanzata e di considerevoli cognizioni scientifiche. Enoch asserisce esplicitamente che quegli esseri potevano, volendo, presentarsi come uomini normali, sebbene molto alti, senza l’alone di luce. Quegli esseri avrebbero preso il nome di "angeli".

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Ancora al patriarca Enoch sarebbero state attribuite dai tardi testi ebraici undici tavolette di argilla in cui si afferma che un piccolo gruppo di esseri misteriosi arrivò nel Libano circa 12 mila anni fa. A causa dei loro volti luminosi, degli occhi grandi e brillanti e della loro alta statura venivano chiamati "gli Splendenti".
Vi sono numerose descrizioni da altre fonti antiche: all’incirca con le stesse parole, 5 mila anni dopo, Daniele, il profeta dell’Antico Testamento, descrive una figura con una cintura d’oro sulle sue vesti e con le stesse caratteristiche di splendore. Uno dei discendenti dall’unione di questi popoli con gli abitanti del luogo è il biblico Noè, il cui presunto padre Lamech era atterrito dal misterioso figlio che riempiva una stanza oscura con la sua luce (secondo quanto riportato in un manoscritto di Qumran noto come "Le memorie dei Patriarchi"). Lamech si rende conto che è più probabile che sia nato dai Figli del Signore dell’Eden che non da lui. Egli si lamenta con Melchisedec che Noè non sia simile a lui, perché i suoi occhi sono come raggi di sole e sembra nato dagli angeli (CVI, 1-8).
A questo punto, ci si rende conto che è forte la tendenza al richiamo di testi antichi per confermare le diverse teorie, più o meno recenti: così succede, per esempio, parlando degli Elohim e della loro provenienza extraterrestre: i "Messaggeri celesti" diventano i "Messaggeri cosmici".
In questo filone si inserisce la religione raeliana (da Rael, il suo fondatore) che, per esempio, fa riferimento al Libro Genesi della Bibbia per sostenere che gli esseri umani sono una creazione di esseri alieni.

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La teoria di questa genesi (l’uomo creato da alieni) si richiama a quanto riportato dai miti sumeri secondo i quali “coloro che vennero dal cielo sulla Terra” atterrarono nel Golfo Arabico o nel Golfo Persico 432.000 anni prima del Diluvio. A Sumer apparve circa 6.000 anni fa, improvvisamente, la prima civiltà conosciuta e pienamente documentata e diede all’umanità praticamente tutte le grandi scoperte. Fu lì che apparve la scrittura, circa nel 3800 a.C.; questo fece di Sumer la terra dei primi scribi, che annotarono su tavolette di argilla nella scrittura cuneiforme meravigliose storie di dei e di esseri umani. Gli studiosi considerano questi testi come semplice mitologia, ma alcuni sono convinti che costituiscano la narrazione di eventi realmente accaduti.
In accordo a questi miti, alcuni scrittori di ispirazione cristiana hanno avanzato l’ipotesi che gli ufo possano essere una parte delle schiere angeliche che presiedono agli aspetti fisici della creazione. Altri scrittori pensano che vi siano entrambe le essenze, angelica e satanica, ai timoni dei dischi volanti e che i nostri cieli vedranno l’apocalittica battaglia finale tra le forze del bene e quelle del maligno.

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Per tornare coi "piedi per terra", anche la psicanalisi ha naturalmente detto la sua sugli angeli... I Messaggeri cosmici, visti da quest'ottica, si ridimensionano un po' e si devono accontentare di essere considerati "archetipi culturali", frutto dell'immaginazione collettiva e immagazzinati in un grande serbatoio chiamato "inconscio collettivo". Secondo la psicanalisi di Jung gli angeli infatti possono essere un esempio perfetto di un simbolo culturale che è stato accolto in Occidente: 4000 anni di fede in queste creature hanno creato una "verità eterna", che esercita ancora un considerevole potere inconscio perché mantiene molto del suo originale valore magico.
Nell’interpretazione esoterica, il “valore magico” degli Angeli apre ben altre prospettive. In un discorso generale, possiamo dire che la magia poggia le sue basi nell’equilibrio e quando questo equilibrio viene infranto è attribuito al mago il potere di intervenire per ristabilirlo tramite il concorso di entità benefiche: tra queste, gli Angeli. Sebbene ciò avvenga tramite ritualistiche magiche, qualche volta una persona può appellarsi con un’intensa preghiera a spiritualità angeliche appartenenti alle tradizioni religiose. Quindi anche la richiesta che una persona esprime agli Angeli può essere considerata, da questo punto di vista, come un’operazione magica.
Per concludere, riportiamo il pensiero di Geoffrey Hodson, uno dei più famosi chiaroveggenti degli ultimi tempi: "Non potete richiamare i grandi angeli nel vostro sé inferiore. Per vederli ed ascoltarli dovrete salire verso il loro mondo. Allorché ne supererete la soglia vedrete la possente moltitudine sempre immersa in miriadi di colori dell’arcobaleno...".

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