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La stessa natura angelica Da un certo punto di vista angeli e demoni sono la medesima cosa, nel senso che hanno la stessa natura, la stessa origine e le stesse prerogative. Per il pensiero comune la loro differenza consiste nel fatto che i primi sono volti al bene e all’obbedienza nei confronti della Volontà Divina, mentre i secondi hanno scelto la via della ribellione e del male; per altre linee di pensiero, invece, questa differenza è solo apparente in quanto anche l'azione dei demoni deve sottostare alla Volontà di Dio e rientrare nel Progetto Divino. In ogni caso, l’esistenza di angeli e demoni è connessa a quello che è il più drammatico problema non solo dell’uomo, ma dell’intero universo: il bene e il male. E’ soprattutto l’esistenza di tale elemento negativo, antagonista, distruttivo, rappresentato dal male e dal suo "perché" che ha assorbito e tormentato le riflessioni di pensatori, filosofi, mistici, religiosi, ma anche della gente comune. Questa sezione inizia con la lettura della Bibbia e termina con l’analisi di Jung: nel mezzo, le riflessioni di uomini che di fronte alle ombre e alle luci dell’esistenza cercano spiegazioni.
La caduta / 1. Nella Bibbia Il
filosofo Romano Guardini, ci introduce all’interpretazione
biblica della caduta degli angeli: Dal contesto della Rivelazione desumiamo che prima della creazione
del mondo visibile vi sia stata una creazione del mondo puramente spirituale,
cioè degli angeli. Quelli che furono allora creati, non sono soltanto forze o
rapporti, ma esseri, persone dotate di intelligenza, libertà e responsabilità.
Così anche nella loro esistenza vi è una scelta morale. Gli angeli furono
messi alla prova, riguardo alla santa sovranità di Dio, che potevano o no
riconoscere. Questa è stata la prima scelta fra il bene e il male. Per la
prima volta fu fatta la volontà di Dio. Che questa volontà sia fatta è
Regno di Dio; così ha avuto inizio il "Regno di Dio". Ma allo
stesso tempo è iniziata anche l’opposizione alla volontà di Dio. Esseri
dotati della massima forza della conoscenza, della volontà, della libertà e
della capacità di responsabilità si sono ribellati contro il dominio di Dio.
Perciò hanno scelto il male: sono divenuti esseri satanici. Di qui la loro
caduta. Tutto il loro essere era in gioco. Gli angeli sono infatti puri
spiriti e perciò semplici; in ciascuno dei loro atti si esprime la totalità
del loro essere. Così fu già nel loro primo momento di vita, che fu perciò
un momento di chiarissima consapevolezza, di tremenda libertà, di attuazione
piena di sé, senza residui. Atto terribile, dal quale solo uscì l’Angelo
vero e proprio – e il diavolo che è l’essere veramente perduto, il nemico
di Dio e non soltanto "demone". L’esistenza del male deriverebbe dunque dalla ribellione,
consumatasi nella notte dei tempi, da parte di uno stuolo di angeli, che
rifiutarono di obbedire a Dio e all’ordine cosmico da lui costruito. Il capo
degli angeli ribelli è Lucifero, "il portatore di luce", "il
figlio del mattino"; è anche denominato Satana. Di Lucifero parla,
nell’Antico Testamento, il profeta Isaia (14, 12-15): Come mai sei caduto dal cielo, o astro mattutino, figliuol
dell’aurora? Come mai sei atterrato, tu che calpestavi le nazioni? Tu dicevi
in cuor tuo: "Io salirò in cielo, eleverò il mio trono al di sopra
delle stelle di Dio; io m’assiderò sul monte dell’assemblea, nella parte
estrema del settentrione; salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile
all’Altissimo". Invece t’han fatto discendere nel soggiorno dei
morti, nelle profondità della fossa! Nella Bibbia vi sono cenni sparsi di questa ribellione: secondo il
libro della Genesi, il male sarebbe preesistito all’uomo, giacché Adamo ed
Eva vennero sedotti dal "tentatore" in forma di serpente. Lucifero,
il primo, il più bello, il più splendente degli angeli creati da Dio, compì
un atto di ribellione nei confronti del suo Creatore perché, sospinto
dall’orgoglio e dalla gelosia, oltre che dalla superbia, volle sostituirsi a
Lui, cioè volle diventare Dio. Altri angeli lo seguirono nella ribellione e
tutti, dopo una tremenda battaglia celeste, furono sconfitti dagli angeli
fedeli all’Onnipotente e quindi precipitati nell’inferno. Il Nuovo
Testamento, nel libro dell’Apocalisse, fa un accenno, estremamente sintetico
ma preciso, a questa battaglia (12, 7-9): E vi fu battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono
col dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e il
luogo loro non fu più trovato nel cielo. E il gran dragone, il serpente
antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu
gettato giù: fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati gli angeli
suoi. Lo stesso libro dell’Apocalisse, pochi versetti prima, nel
rivelare le profezie sulla fine del mondo e sulla lotta conclusiva tra bene e
male, sottolinea la grande potenza demoniaca quando afferma: SATANA Con il nome di Satana (l’avversario, in ebraico) o di diavolo (il
calunniatore, in greco) la Bibbia designa un essere personale, per sé
invisibile, ma la cui azione od influsso si manifesta sia nell’attività di
altri esseri (demoni o spiriti impuri), sia nella tentazione. Il Vecchio Testamento non parla di Satana che molto raramente e
sotto una forma che, salvaguardando la trascendenza del Dio unico, evita
accuratamente tutto ciò che avrebbe potuto inclinare Israele verso un
dualismo, al quale era anche troppo portato. Più che un avversario
propriamente detto, Satana appare come uno degli angeli della corte di Jahve,
che svolge nel tribunale celeste una funzione analoga a quella del pubblico
accusatore, incaricato di far rispettare in terra la giustizia e i diritti di
Dio. Tuttavia, sotto questo preteso servizio di Dio, si scorge già in Giobbe
1-3 una volontà ostile, se non a Dio stesso, almeno all’uomo e alla sua
giustizia: egli non crede all’amore disinteressato; senza essere un
"tentatore", si aspetta che Giobbe soccomba; segretamente lo
desidera, e si capisce che ne gioirebbe. In Zaccaria 3, 1-5 l’accusatore si
trasforma in vero avversario dei disegni d’amore di Dio circa Israele:
affinché questi sia salvato, l’angelo di Jahve deve prima imporgli silenzio
in nome stesso di Dio: Imperet tibi Dominus. La Genesi, inoltre, non parla che del serpente: creatura di Dio
"come tutte le altre", questo serpente è tuttavia dotato di una
scienza e di un’abilità che superano quelle dell’uomo. Soprattutto, fin
dall’inizio, esso è presentato come il nemico della natura umana. Invidioso
della felicità dell’uomo, esso giunge ai suoi fini usando già le armi che
gli saranno sempre proprie, astuzia e menzogna: "il più astuto di tutte
le bestie selvatiche", "seduttore", "omicida e bugiardo
fin dall’origine". A questo serpente la sapienza dà il suo vero nome:
è il diavolo (Sap 2, 24). Fin da questo primo episodio della sua storia, l’umanità vinta
intravvede tuttavia che un giorno trionferà sul suo avversario. La vittoria
dell’uomo su Satana, tale è di fatto lo scopo stesso della missine di
Cristo, venuto "a ridurre alla impotenza colui che aveva il potere della
morte, il diavolo" (Ebr 2, 14), "a distruggere le sue opere" (1
Gv 3, 8), in altre parole a sostituire il regno del Padre suo a quello di
Satana (1 Cor 15, 24-28; Col 1, 13 s). I vangeli presentano quindi la sua vita
pubblica come una lotta contro Satana. Essa incomincia con l’episodio della
tentazione in cui, per la prima volta dopo la scena del paradiso, un uomo,
rappresentante l’umanità, "figlio di Adamo", viene a trovarsi
faccia a faccia con il diavolo. Si inasprisce con le liberazioni degli
indemoniati, prova che "il Regno di Dio è giunto" e che quello di
Satana ha avuto termine, nonché con le guarigioni di semplici malati.
Continua pure, più dissimulata, nello scontro che oppone Cristo ai Giudei
increduli, a questi veri "figli del diavolo" (Gv 8, 44). Raggiunge
il suo parossismo nell’ora della passione. Coscientemente Luca la collega
alla tentazione e Giovanni non vi sottolinea la funzione di Satana se non per
proclamarne la sconfitta finale. Satana sembra condurre il gioco; ma in realtà
"non ha su Cristo alcun potere": tutto è opera dell’amore e
dell’obbedienza del Figlio. Nel momento preciso in cui si crede certo della
vittoria, il "principe di questo mondo" è "gettato fuori"
(Gv 12, 31); il dominio del mondo che una volta egli aveva osato offrire a Gesù
(Lc 4, 6), appartiene ormai al Cristo morto e glorificato (Mt 28, 18). DEMONI Il volto dei demoni, esseri spirituali malefici, nella rivelazione
si è illuminato solo lentamente. All’inizio, i testi biblici si sono
serviti di taluni elementi desunti dalle credenze popolari, senza metterli
ancora in rapporto con il mistero di Satana. Al termine, tutto ha preso un
senso nella luce di Cristo, venuto quaggiù per liberare l’uomo da Satana e
dai suoi subalterni. Andando all’origine della credenza, l’Oriente antico dava un
volto personale alle mille forze oscure, la cui presenza è sospettata dietro
i mali che assalgono l’uomo. La religione babilonese aveva una demonologia
complicata, e vi si praticavano numerosi esorcismi per liberare le persone, le
cose, i luoghi stregati; questi riti essenzialmente magici costituivano una
parte importante della medicina poiché ogni malattia era attribuita
all’azione di uno spirito maligno. Il Vecchio Testamento, ai suoi inizi, non nega l’esistenza e
l’azione di esseri simili. Si serve del folclore che popola le rovine e i
luoghi deserti di presenze fosche, mescolate alle bestie selvatiche: satiri
villosi, Lilit, demone delle notti… Primitivamente, mali come la peste o la
febbre sono considerati come flagelli di Dio, che li manda agli uomini
colpevoli, come manda il suo spirito cattivo su Saul e l’angelo sterminatore
sull’Egitto, su Gerusalemme o sull’esercito assiro (Es 12, 23; 2 Sam 24,
16; 2 Re 19, 35). Ma dopo l’esilio si attua più chiaramente la divisione
tra il mondo angelico e il mondo diabolico. Il libro di Tobia sa che sono i
demoni a tormentare l’uomo (Tob 6, 8) e che gli angeli hanno la missione di
combatterli (Tob 8, 3). Tuttavia, per presentare il peggiore di essi, quello
che uccide, l’autore non teme di ricorrere ancora al folclore persiano
dandogli il nome di Asmodeo (Tob 3, 8; 6, 14). Ora, per i pagani, era una tentazione costante quella di cercare di
conciliarsi questi spiriti elementari rendendo loro un culto sacrificale, in
una parola, di farne degli dei. Israele non era al riparo dalla tentazione.
Abbandonando il suo creatore, si rivolgeva anch’esso agli "altri
dei" (Deut 13, 3. 7. 14), in altre parole, ai demoni (Deut 32, 17),
giungendo fino ad offrire loro sacrifici umani (Sal 106, 37). I traduttori
greci della Bibbia hanno sistematizzato questa interpretazione demoniaca
dell’idolatria, identificando formalmente gli dei pagani con i demoni (Sal
96, 5; Bar 4, 7), introducendoli perfino in contesti dove l’originale
ebraico non ne parlava (Sal 91, 6; Is 13, 21; 65, 3). In tal modo il mondo dei
demoni diventava un universo rivale di Dio. Nel pensiero del tardo giudaismo questo mondo si organizza in modo
più sistematico. I demoni sono considerati come angeli decaduti, complici di
Satana e divenuti suoi ausiliari. Per evocare la loro caduta ora si ricorre
all’immagine mitica della guerra degli astri (cfr. Is 14, 12) o al
combattimento primordiale tra Jahve e le bestie che personificano il male; ora
si riprende l’antica tradizione dei figli di Dio innamoratisi delle figlie
degli uomini (Gen 6, 1 ss; cfr. 2 Piet 2, 4), ora li si rappresenta in
ribellione sacrilega contro Dio (cfr. Is 14, 13 s; Ez 28, 2). In ogni modo, i
demoni sono considerati come spiriti impuri, caratterizzati dall’orgoglio e
dalla lussuria. Essi tormentano gli uomini e si sforzano di trascinarli al
male. Per combatterli si ricorre agli esorcismi (Tob 6, 8; 8, 2 s; cfr. Mt 12,
27) che non sono più, come un tempo a Babilonia, di ordine magico, bensì di
ordine deprecatorio: si spera in effetti che Dio reprimerà Satana ed i suoi
alleati, se si fa appello alla potenza del suo nome (cfr. Zac 3, 2; Giuda 9).
Si sa d’altronde che Michele ed i suoi eserciti celesti sono in lotta
perpetua contro di essi e vengono in aiuto agli uomini (cfr. Dan 10, 13). Nella prospettiva di questo duello tra due mondi, la cui posta è
in definitiva la salvezza dell’uomo, si collocano la vita e l’azione di
Gesù. Gesù affronta personalmente Satana e riporta su di lui la vittoria (Mt
4, 11; Gv 12, 31). Affronta pure gli spiriti maligni che hanno potere
sull’umanità peccatrice, e li vince nel loro dominio. Tale è il senso di
numerosi episodi in cui sono di scena gli indemoniati: quello della sinagoga
di Cafarnao e quello di Gadara, la figlia della sirofenicia ed il ragazzo
epilettico, l’indemoniato muto e Maria di Magdala. Per lo più, possessione
diabolica e malattia sono mescolate; quindi ora si dice che Gesù guarisce gli
indemoniati (Lc 6, 18; 7, 21) ed ora che scaccia i demoni (Mc 1, 34-39). Senza
porre in dubbio i casi nettissimi di possessione (Mc 1, 23 s; 5, 6), bisogna
tener conto dell’opinione del tempo, che attribuiva direttamente al demonio
fenomeni che oggi rientrano nella psichiatria (Mc 9, 20 ss). Bisogna
soprattutto ricordare che ogni malattia è un segno della potenza di Satana
sugli uomini (cfr. Lc 13, 11). Affrontando la malattia, Gesù affronta Satana; dando la
guarigione, trionfa su Satana. Dinanzi all’autorità che Gesù manifesta nei
confronti dei demoni, le folle sono stupefatte (Mt 12, 23; Lc 4, 35 ss). I
suoi nemici l’accusano: "Egli scaccia i demoni in virtù di Beelzebul,
principe dei demoni" (Mc 3, 22 par.); "non sarebbe per caso
anch’egli posseduto dal demonio?" (Mc
3, 30; Gv 7, 20; 8, 48 s. 52; 10, 20 s). Ma Gesù dà la vera
spiegazione: egli scaccia i demoni in virtù dello Spirito di Dio, e ciò
prova che il regno di Dio è giunto fino agli uomini (Mt 12, 25-28 par.).
Satana si credeva forte, ma è scacciato da uno più forte (Mt 12, 29 par.). INVIDIA - GELOSIA - ORGOGLIO - SUPERBIA La modalità della "colpa" angelica, oltre che in un
mancato riconoscimento della sovranità divina, è stata variamente
identificata. C’è per esempio una lettura di tale colpa legata all’evento
cristologico. Secondo S. Ignazio, vescovo di Antiochia, la caduta angelica è
dovuta alla loro mancanza di fede nella missione redentrice di Cristo: "Angeli
gli esseri celesti, la gloria degli angeli, i principi visibili e invisibili
se non credono nel sangue di Cristo hanno la loro condanna". La
ribellione degli angeli, sempre in chiave cristologica, è invece talora colta
nel fatto che alcuni di essi non sopporterebbero l’imperscrutabile disegno
che ha visto Dio-Padre amare a tal punto gli uomini da inviare suo Figlio a
incarnarsi e a umiliarsi fino a morire in croce per la loro salvezza.
Quest’amore straordinario per gli uomini è per molti la vera causa della
ribellione: già Ireneo vedeva nella colpa di Satana un peccato d’invidia
e di gelosia nei confronti dell’umanità. Per fondare una tale
lettura ci si basava in particolare sul testo biblico di Sap 2, 24 dove
appunto si parla di "invidia del diavolo" nei confronti dell’uomo,
creato a immagine di Dio. Per quanto riguarda invece la tesi che vedrebbe Satana e i demoni
peccatori per orgoglio, essa presenta diverse e sottili sfumature. In
particolare i pensatori cristiani si dividono circa le cause di un tale
orgoglio anche se in termini generali concordano sul fatto che il primo
Angelo, Lucifero, volesse diventare come Dio e che gli altri angeli lo abbiano
in certo modo imitato. Lucifero, presuntuoso per la sua bellezza, avrebbe
desiderato ciò che era al di sopra di lui e a cui non poteva pervenire.
L’orgoglio l’avrebbe dunque spinto a provare un desiderio inammissibile e
indebito di dignità, a desiderare ciò a cui sarebbe pervenuto solo in virtù
della grazia divina. Un’ulteriore interpretazione del peccato d’orgoglio
è quella che concepisce la colpa di Lucifero come il desiderio disordinato di
un’unione ipostatica del Verbo di Dio con la sua natura angelica allo stesso
modo di ciò che avviene nell’incarnazione, reputandola a lui assolutamente
dovuta e ingiustamente rifiutata per essere assurdamente accordata alla natura
umana. Comunque, in definitiva, questo peccato d’orgoglio, al di là delle
diverse letture, è la malizia assoluta che rifiuta di fatto la piena
trascendenza divina nell’ordine dei rapporti personali con Lui, nella
pretesa, usando le parole di Isaia, di "farsi uguale
all’Altissimo" (Is 14, 14). Oltre che nell’orgoglio, il peccato degli angeli è stato
tradizionalmente identificato in modo particolare nella superbia. Una
vera e propria hybris, volendo Satana essere signore del creato come
Dio. Quest’atto di superbia li ha in tal modo condotti ad una "non
adesione" a Dio, ad una vera e propria separazione da Lui. Ma la superbia
è determinata anche da un altro fatto: dalla pretesa di conoscere
esclusivamente con i propri mezzi il mistero divino. A causa dell’orgoglio e della superbia l’Angelo dunque apostatò
da Dio, per cui verrà definito da Giustino e da Ireneo come "serpente
apostata". Al di là di questo, c’è chi come Anselmo d’Aosta nel suo
De casu diaboli cerca di cogliere più in profondità il senso ultimo
di quella "colpa". Per Anselmo Satana ha voluto qualche cosa che egli conosceva senza averla. Ora,
egli conosceva Dio. In particolare, egli sapeva che Dio è totalmente autonomo
e ha voluto a sua volta essere totalmente autonomo, come Dio: ha voluto agire
"propria voluntate", senza riferimento al suo Creatore. La caduta / 2. Negli Apocrifi Nel Libro dei Vigilanti, che è una delle cinque opere che compongono Enoc Etiopico, la caduta degli angeli è descritta come la colpa derivante dalla loro unione sessuale con le figlie degli uomini da cui poi nacquero i giganti, esseri violenti e malvagi. Si tratterebbe quindi della conseguenza di una volontaria e libera rinuncia al loro stato da parte di angeli innamorati della donna. Enoc nel sostenere questa tesi riprende un passo della Genesi (6, 1-4) che allude ai titani, nati dall’unione tra donne mortali ed esseri celesti, tra "figlie degli uomini" e "figli di Dio". Se il giudaismo posteriore e molti tra i primi scrittori ecclesiastici hanno identificato gli angeli in questi "figli di Dio", a partire dal IV secolo, i Padri, sulla base di una concezione più spirituale degli angeli hanno per lo più interpretato i "figli di Dio" come la discendenza di Set e le "figlie degli uomini" come la discendenza di Caino. Del resto, già in un’altra delle opere contenute nel libro di Enoc, il Libro delle parabole, detto anche Enoc slavo, il peccato degli angeli non è più quello carnale, ma un peccato di "apostasia", poiché gli angeli non hanno ascoltato la voce e l’imperativo divini optando invece per la propria autonoma volontà in un atteggiamento interiore di opposizione e di disobbedienza. Si assiste quindi al passaggio in direzione di una dimensione di interiorizzazione e di spiritualizzazione del peccato degli angeli. E lo "scandalo" che l’uomo ha rappresentato per l’intera corte del Cielo ha lasciato evidenti tracce anche negli angeli fedeli, che non sono esenti ma anzi percorsi da un angoscioso dubbio di fronte alla "novitas dell’uomo", come appare ad esempio nell’Apocrifo Apocalisse di Paolo. Qui, la presenza dell’uomo tormenta quindi sia l’Angelo buono, messaggero e custode, sia l’Angelo Caduto. La caduta / 3. Nel Corano Sulla vicenda della ribellione degli angeli, l’islamismo offre
una versione più "sentimentale" e "poetica". Satana, che
il Corano chiama Iblis, si sarebbe ribellato a Dio per un eccesso di
amore nei suoi confronti: quando Dio, dopo aver creato gli esseri umani, ordinò
agli angeli di servirli, Iblis si rifiutò perché sentiva di non poter amare
e servire altri che il suo Creatore. Per questa ribellione Dio lo cacciò.
Nella VII sura del Corano si legge: Eppure vi abbiamo creati, poi vi abbiamo formati, poi abbiamo detto
agli angeli: "Prostratevi davanti ad Adamo!". E si prostrarono tutti
eccetto Iblis, che fra i prostrati non fu. E disse Dio: "Che cosa ti ha
impedito di prostrarti, quando te l’ho ordinato?". E quegli rispose:
"Io sono migliore di lui: me tu creasti di fuoco e lui creasti di
fango!". E Dio rispose: "Via di qui! Non ti è lecito fare il
superbo! Fuori! Oramai tu sei un essere spregevole." La caduta / 4. Una scelta irreversibile Così scrive Massimo Cacciari nel suo "Angelo
necessario": Tutti gli angeli sono creati nella grazia, ma la grazia non
violenta la libera volontà. Alla mozione generale verso il Bene, propria di
ogni creatura, subentra il momento dell’opzione, che Dio vuole inalienabile:
come se Egli potesse regnare soltanto su una civitas di liberi voleri. Un
bivio, un tremendo passo carraio si presenta, allora, sulla strada
dell’Angelo, ed egli deve affrontarlo; non gli è concesso di rimanere nella
naturale mozione d’amore verso il suo Fattore. Qui egli deve decidersi
d’amare per poter amare totaliter alla fine. Il suo amore è soltanto in via
finché non ha pronunciato questo pieno Sì. Ma la possibilità del Sì
implica quella della negazione, cioè dell’affermazione di un amore non
rivolto al suo proprio Principio. L’angelologia ortodossa insiste, con segno pressoché univoco,
sull’irreversibilità della decisione angelica. L’Angelo non potrebbe
ravvedersi, poiché tutto ha visto con perfetta chiarezza… L’Angelo è
altresì creato d’un sol colpo, perfettamente compos sui… e come la sua
natura non conosce evoluzione, divenire, così la sua conoscenza non è
costretta al faticoso itinerario dell’umana. Dio concede il tempo
all’uomo, perché per sua natura diveniente, affinché possa ri-vedere le
proprie scelte, ma costringe l’Angelo ad un solo, irreversibile aut-aut.
Dopo quell’istante la figura dell’Angelo sembra decisa in eterno: decisa
l’azione che l’Angelo caduto o demone dovrà compiere fino al Giudizio;
decisa l’orbita degli Angeli "felici", del Coro celeste. Deciso il
"rumore" infernale; decisa la polifonia paradisiaca. La caduta / 5. Il male assorbito dall'Uomo e da Dio DA LAO TZE A BARTH Jacob Bohme, mistico tedesco del Seicento, adombra l’esistenza di
angeli buoni e angeli cattivi in dimensioni parallele e quindi la loro
copresenza, di fronte agli uomini, nel mondo. Egli scrive nel suo Mysterium
Magnum: Dobbiamo perciò comprendere che gli angeli buoni e quelli malvagi
abitano gli uni vicino agli altri e nondimeno esiste fra loro una distanza
immensa. Infatti il paradiso è nell’inferno e l’inferno è in paradiso, e
ciò nonostante l’uno non è manifesto all’altro; il diavolo, desideroso
di entrare in paradiso, per raggiungerlo sarebbe disposto a percorrere milioni
di miglia, e tuttavia vorrebbe rimanere all’inferno. La persistenza, nell’universo, degli angeli delle tenebre, che
avrebbero evidentemente potuto essere annichiliti fin dall’inizio e per
sempre, va vista come espressione della volontà divina di usare il male come
elemento dialettico e di stimolo per realizzare i propri disegni; quindi, in
definitiva, per ottenere il bene. Il senso di questo apparente paradosso può essere inteso se ci
spostiamo in Oriente, dove Lao Tze, il più grande filosofo cinese, fondatore
della scuola del Tao e autore del Tao Te King (il "Libro della Via
e della Verità"), ci parla della sintesi degli opposti che
governa l’universo. Secondo il filosofo si deve tendere all’esperienza
dell’unificazione degli opposti, falsamente dicotomizzati dalla ragione
ingannatrice, e quindi pervenire al graduale raggiungimento della chiarezza e
dell’apertura a un equilibrio creativo. Le categorie che dominano
l’universo sono due e rappresentano proprietà contrarie e immanenti: lo yin
e lo yang. Si tratta di due energie primarie opposte: lo yin
simboleggia il femminile, il tenebroso, l’umido, il negativo; lo yang
simboleggia il maschile, il luminoso, il secco, il positivo. Se dal concetto
di unità scendiamo al fenomeno della realtà presente, scorgiamo in essa un
complesso contraddittorio di aspetti, che apparentemente si accavallano in
maniera illogica e aspra. Se però siamo consapevoli del principio, non
faticheremo a riconoscere, in questa pluralità, l’impronta di una sola
realtà. DA ORIGENE A ORFF Il pensiero di Barth ci riporta a Origene, nato ad Alessandria nel
185 d.C. Secondo la teologia origeniana, Dio, natura intelligibile, crea
direttamente le sostanze spirituali, le "menti" che popolano il
mondo intelligibile. Incorporee inizialmente, e dotate di libero arbitrio,
esse sono decadute: hanno cioè abbandonato Dio, e con ciò, lasciato il sommo
bene, si sono rivolte al male; esse si sono trasformate in "anime",
si sono raffreddate e hanno rivestito un corpo, più o meno luminoso od opaco
in ragione della minore o maggiore gravità del peccato. Così,
all’uguaglianza primitiva delle nature intelligibili si è sostituita una
gerarchia, una gradazione, che comprende gli Arcangeli, i Troni, le
Dominazioni, le Potenze, i Cherubini, gli Angeli dei cieli inferiori, ecc.;
quindi gli uomini, gli animali, le piante e, al fondo della scala, i demoni e
il loro capo e istigatore, Satana. Con i corpi, fa la sua apparizione questo
mondo visibile, il Cosmo. L’uomo è dunque un composto di anima e corpo: ma
l’anima, spirito raffreddato, incorporea, è capace di rivolgersi, grazie
alla sua libertà di "autodominio", verso il basso, cioè verso i
corpi, o in alto, cioè verso il bene e, in ultimo grado, a Dio. Origene
concepisce l’universo come messo in moto da una colpa iniziale e avviato
verso la reintegrazione; la fine è uguale all’inizio… la redenzione è
soprattutto educazione e illuminazione della mente, di cui tutti gli esseri
razionali, non il solo uomo, sono capaci. Il processo è destinato a
continuare fino alla reintegrazione definitiva, allorché Dio sarà tutto in
tutti, contemplato e conosciuto direttamente. Il male è per Origene soltanto
relativo e, considerato da un punto di vista superiore, certamente un bene; le
sofferenze e i dolori fanno parte cioè del sistema pedagogico con cui si
compie l’educazione delle nature ragionevoli. Perciò Origene nega
l’eternità delle pene e ammette che ogni natura razionale possa risalire,
di grado in grado, fino all’incorporeità definitiva. Alla fine dei tempi,
Cristo consegnerà il Regno al Padre e Dio sarà tutto in tutti "in modo
che tutta la natura corporea sarà ridotta in quella che è la migliore fra
tutte, cioè la divina". Tra il 1960 e il 1971, il compositore Carl Orff mette in musica il
pensiero di Origene con l’opera De temporum fine comoedia ("La
rappresentazione della fine dei tempi"). In particolare, riportiamo la
descrizione dell’ultima scena: SATANA: SIMBOLO O PERSONA? L’interrogativo e lo scetticismo su Satana quale realtà
personale hanno i loro antecedenti storici e culturali soprattutto nel
contesto filosofico del razionalismo in età illuministica, quando appunto si
tende a contestare la personificazione del male. Nessuno può ovviamente
negare l’esistenza del male anche nei suoi tratti più terrificanti, ma la
ragione stenta ad accettare un principio personale che stia all’origine del
male e vada al di là dell’esperienza sensibile. Infatti Satana non cade
sotto il dominio percettivo dei nostri sensi né può essere razionalmente
dimostrato: il diavolo quindi come entità personale non può che essere
liquidato. A. Graf, nella sua opera del 1889, Il Diavolo, parla così: Il diavolo è morto, o sta per morire e morendo egli non rientrerà
nel regno dei cieli, ma rientrerà e si dissolverà nell’umana fantasia,
nella stessa matrice ond’è uscito. La civiltà ha debellato l’inferno e
ci ha per sempre redenti dal diavolo. Una tendenza che troverà una sua recezione anche nell’ambito del
pensiero cristiano (soprattutto nella teologia liberale). In particolare F.
Schleiermacher sostiene nella sua opera La fede cristiana, del 1821,
che "la credenza nel diavolo non deve essere presentata come una
condizione della fede in Dio o in Cristo". Un altro duro colpo inferto alla concezione personale del diavolo
verrà indubbiamente dall’area delle scienze psicologiche, in particolare le
tesi di Freud e di Jung, che tendono a riportare tutto entro una conflittualità
insita nella stessa persona umana. Non ha quindi senso alcuno spiegare il male
morale con l’influsso di Satana e non esiste più una realtà oggettiva
personale e malefica al di fuori dell’uomo come appare chiaramente da questo
brano di Jung: Un’altra figura, non meno importante e definita, è quella
dell’Ombra che si manifesta, o proiettata su persone adeguate o variamente
personificata, nei sogni. L’Ombra coincide con l’inconscio
"personale" (corrispondente al concetto freudiano di inconscio).
L’Ombra è stata spesso descritta dai poeti. Ricorderò il rapporto tra
Faust e Mefistofele e gli Elisir del diavolo di Hoffman, per citare due
descrizioni particolarmente tipiche. La figura dell’Ombra personifica tutto
ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o
indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere
poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili. Ta panta nus Vogliamo ritornare al pensiero di Origene e riprenderlo qui, a conclusione, come sguardo ampio e libero dal tempo sul destino del mondo: il contrasto tra il male e il bene rappresenta nella nostra realtà uno strumento di crescita e di evoluzione; le scelte che accompagnano il nostro cammino e il nostro risveglio sono destinate ad essere sempre più scevre di errore e di ignoranza, al punto che la fine dei tempi riconsegnerà a Dio un mondo di luce e pertanto liberato dall’oscurità e dal male. "Ta panta nus", proclamerà Lucifero dopo la sua ammissione di colpa, ritornando ad essere l’Arcangelo più splendente alla corte di Dio.
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