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Maghi
sacri e maghi profani
Nel suo significato più
ampio, la magia è "l’arte di far accadere le cose" e può
quindi essere considerata come metafora della relazione dinamica fra la
coscienza, o volontà, e tutto ciò che sta al di fuori di essa (eventi,
circostanze, oggetti, persone). Essa implica infatti un elemento di controllo,
sia esso inteso come guida o manipolazione, una tecnica grazie alla quale la
realtà venga incoraggiata, persuasa, indotta, oppure obbligata a uniformarsi
a certi obiettivi. La magia, in breve, è il processo attraverso il quale si
utilizza la malleabilità della realtà, per modellarla o trasmutarla in base
ad un determinato scopo.
L’atteggiamento psicologico o morale con il quale si procede a modellare o
trasmutare la realtà indica se la magia impiegata è, per usare le
definizioni medievali e rinascimentali, "bianca" o "nera",
vale a dire "pura" o "impura", "sacra" o
"profana". A rischio di un’eccessiva semplificazione si potrebbe
dire che l’umanità può essere divisa in tre categorie principali: maghi
"sacri", maghi "profani" e vittime.
Il mago, sacro o profano, assume un ruolo attivo in relazione al mondo in cui
vive e quindi lo trasforma. La vittima, al contrario, resta passiva, schiava
impotente delle circostanze. Tali ruoli, come è ovvio, non sono fissi, e
nemmeno necessariamente costanti. Si può essere, per così dire, un mago
profano in certe circostanze, un mago sacro o una vittima in altre. Purtroppo
la maggioranza degli esseri umani sono, per gran parte della propria vita,
vittime. Essi non modellano, né tanto meno creano, la propria realtà, al
contrario, la accettano così come è, divenendone schiavi.
L'alchimista
Questa affermazione
apparentemente contraddittoria può essere esemplificata da una semplice
analogia: l’alchimista nel suo laboratorio può essere paragonato
allo scienziato che conduce un esperimento di fissione nucleare, o a chiunque,
individuo o gruppo, faccia esperimenti nel laboratorio della propria vita
individuale o collettiva, oppure ancora alla civiltà occidentale nel suo
insieme che opera nel laboratorio degli eventi chiamato "storia" o
"cultura".
Nell’effettuare i suoi esperimenti l’alchimista può impiegare tecniche di
magia sacra o profana e visti dall’esterno i due processi possono sembrare
uguali, ma in realtà sono completamente diversi.
Il mago o alchimista profano opera cercando di mantenersi distaccato e
immune dal proprio esperimento, di manipolare gli elementi come se usasse un
paio di pinze, di esercitare un controllo assoluto restando integro e
immutato. Da questa posizione distaccata, e senza curarsi della violenza a cui
la sottopone, egli costringe la realtà al proprio volere, spesso ricorrendo a
processi contrari a quelli naturali. Ignora, o perfino infrange, il principio
ermetico della interconnessione armonica. Per il fatto di mantenersi
apparentemente distaccato dall’esperimento, può cullarsi nell’illusione
che le energie e le potenze da lui impiegate o liberate non lo coinvolgeranno.
Il mago o alchimista sacro, all’opposto, cerca di diventare quello
che il "magus" rinascimentale sosteneva di essere, vale a dire
soggetto e oggetto del proprio esperimento. Egli fa in modo di immergervisi
totalmente, di sperimentare per così dire dall’interno, di modo che
l’esperimento diventi lo specchio della sua trasformazione e la sua
trasformazione lo specchio del suo esperimento. Invece di dominare le cose
dall’esterno, egli tenta di guidarle dall’interno, di diventare parte
integrante dell’esperimento, ed è disposto a subirne le conseguenze, con
tutti i rischi che ne possono derivare. Essendo al contempo soggetto e oggetto
del proprio esperimento, egli evita la forza, la violenza, e qualsiasi pratica
contraria alla natura. Il "magus" rinascimentale paragonava la
propria attività a quella di un botanico o di un giardiniere che operano
entro l’ordine naturale, assistendo la natura nel suo lavoro, curandola,
nutrendola, aiutando le sue potenzialità latenti a realizzarsi.
Per citare Paracelso "l’alchimista fa emergere ciò che è
latente in natura" e Giambattista della Porta scriveva pochi
anni dopo la morte di Paracelso: "Le opere di magia non sono altro che
opere della natura, la cui rispettosa magia manuale è (…) quella
dell’agricoltore; è infatti la natura che fa crescere il grano e l’erba,
ma è l’arte che prepara il terreno".
Il
cerchio magico
Il mago medievale e
rinascimentale disegnava, metaforicamente e spesso letteralmente, un cerchio
magico intorno a sé. Dall’interno di questo perimetro evocava, incanalava e
controllava le forze celesti o infernali, considerate potenzialmente
pericolose. Esistono moltissime leggende sui maghi troppo ambiziosi che
evocano poteri che poi non sono in grado di controllare, poteri che, infranto
il cerchio protettivo, li distruggono. Ma anche se il mago riesce a
controllare le forze che ha evocato, il cerchio che lo protegge è comunque
sempre anche quello che lo imprigiona. Egli non ne può uscire senza rischiare
di essere colpito dalle energie che ha liberato; il cerchio magico diventa così
una prigione che lo protegge, ma al contempo lo isola dalla realtà intorno a
lui, una realtà in cui le energie scatenate ora si muovono liberamente.
Non è forse questa una metafora della nostra civiltà? Per la nostra cultura,
la tecnologia costituisce una sorta di cerchio magico che
consideriamo protettivo, dall’interno del quale invochiamo forze
potenzialmente distruttive. E così inquiniamo il mondo con la plastica, le
radiazioni, i prodotti chimici tossici e gli scarichi industriali.
Dall’interno del nostro cerchio "protettivo", ci arroghiamo il
diritto e il potere di fare esperimenti contro natura, come quelli
dell’ingegneria genetica, la fissione e la fusione nucleare, gli armamenti
chimici e biologici. Come il dottor Frankenstein creiamo mostri, e come gli
incauti maghi delle leggende troppo spesso perdiamo il controllo delle forze
che abbiamo evocato. Cessiamo allora di essere maghi, sacri o profani, e
diventiamo vittime.
Ma anche quando riusciamo a mantenere il controllo, il cerchio magico della
tecnologia, che noi supponiamo protettivo, ci imprigiona. La tecnologia è
infatti come una protesi che migliora le funzioni del nostro braccio, ma non
la saggezza necessaria ad esercitarle. Ci illudiamo di essere più liberi,
quando invece ci sottomettiamo ad un giogo ancora più pesante. Stiamo insomma
diventando sempre più vulnerabili e, nel contempo, disponibili ad essere
manipolati.
Siffatta manipolazione è certo un mezzo per "far accadere le cose"
ed è quindi una forma di magia, ma una magia che implica qualcosa di molto
diverso dalla magia sacra degli ermetici rinascimentali. Assomiglia piuttosto
a quella che Agrippa condannava come piccola stregoneria, praticata da tanti
piccoli Faust. Ma pur meschina e profana, questa magia non è meno pericolosa
ed è certo molto diffusa. Noi ne siamo le potenziali, se non già reali,
vittime.
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