Il cerchio
magico:

protezione
e prigione

FONTE BIBLIOGRAFICA 19

Maghi sacri e maghi profani

Nel suo significato più ampio, la magia è "l’arte di far accadere le cose" e può quindi essere considerata come metafora della relazione dinamica fra la coscienza, o volontà, e tutto ciò che sta al di fuori di essa (eventi, circostanze, oggetti, persone). Essa implica infatti un elemento di controllo, sia esso inteso come guida o manipolazione, una tecnica grazie alla quale la realtà venga incoraggiata, persuasa, indotta, oppure obbligata a uniformarsi a certi obiettivi. La magia, in breve, è il processo attraverso il quale si utilizza la malleabilità della realtà, per modellarla o trasmutarla in base ad un determinato scopo.
L’atteggiamento psicologico o morale con il quale si procede a modellare o trasmutare la realtà indica se la magia impiegata è, per usare le definizioni medievali e rinascimentali, "bianca" o "nera", vale a dire "pura" o "impura", "sacra" o "profana". A rischio di un’eccessiva semplificazione si potrebbe dire che l’umanità può essere divisa in tre categorie principali: maghi "sacri", maghi "profani" e vittime.
Il mago, sacro o profano, assume un ruolo attivo in relazione al mondo in cui vive e quindi lo trasforma. La vittima, al contrario, resta passiva, schiava impotente delle circostanze. Tali ruoli, come è ovvio, non sono fissi, e nemmeno necessariamente costanti. Si può essere, per così dire, un mago profano in certe circostanze, un mago sacro o una vittima in altre. Purtroppo la maggioranza degli esseri umani sono, per gran parte della propria vita, vittime. Essi non modellano, né tanto meno creano, la propria realtà, al contrario, la accettano così come è, divenendone schiavi.

L'alchimista

Questa affermazione apparentemente contraddittoria può essere esemplificata da una semplice analogia: l’alchimista nel suo laboratorio può essere paragonato allo scienziato che conduce un esperimento di fissione nucleare, o a chiunque, individuo o gruppo, faccia esperimenti nel laboratorio della propria vita individuale o collettiva, oppure ancora alla civiltà occidentale nel suo insieme che opera nel laboratorio degli eventi chiamato "storia" o "cultura".
Nell’effettuare i suoi esperimenti l’alchimista può impiegare tecniche di magia sacra o profana e visti dall’esterno i due processi possono sembrare uguali, ma in realtà sono completamente diversi.
Il mago o alchimista profano opera cercando di mantenersi distaccato e immune dal proprio esperimento, di manipolare gli elementi come se usasse un paio di pinze, di esercitare un controllo assoluto restando integro e immutato. Da questa posizione distaccata, e senza curarsi della violenza a cui la sottopone, egli costringe la realtà al proprio volere, spesso ricorrendo a processi contrari a quelli naturali. Ignora, o perfino infrange, il principio ermetico della interconnessione armonica. Per il fatto di mantenersi apparentemente distaccato dall’esperimento, può cullarsi nell’illusione che le energie e le potenze da lui impiegate o liberate non lo coinvolgeranno.
Il mago o alchimista sacro, all’opposto, cerca di diventare quello che il "magus" rinascimentale sosteneva di essere, vale a dire soggetto e oggetto del proprio esperimento. Egli fa in modo di immergervisi totalmente, di sperimentare per così dire dall’interno, di modo che l’esperimento diventi lo specchio della sua trasformazione e la sua trasformazione lo specchio del suo esperimento. Invece di dominare le cose dall’esterno, egli tenta di guidarle dall’interno, di diventare parte integrante dell’esperimento, ed è disposto a subirne le conseguenze, con tutti i rischi che ne possono derivare. Essendo al contempo soggetto e oggetto del proprio esperimento, egli evita la forza, la violenza, e qualsiasi pratica contraria alla natura. Il "magus" rinascimentale paragonava la propria attività a quella di un botanico o di un giardiniere che operano entro l’ordine naturale, assistendo la natura nel suo lavoro, curandola, nutrendola, aiutando le sue potenzialità latenti a realizzarsi.
Per citare Paracelso "l’alchimista fa emergere ciò che è latente in natura" e Giambattista della Porta scriveva pochi anni dopo la morte di Paracelso: "Le opere di magia non sono altro che opere della natura, la cui rispettosa magia manuale è (…) quella dell’agricoltore; è infatti la natura che fa crescere il grano e l’erba, ma è l’arte che prepara il terreno".

Il cerchio magico

Il mago medievale e rinascimentale disegnava, metaforicamente e spesso letteralmente, un cerchio magico intorno a sé. Dall’interno di questo perimetro evocava, incanalava e controllava le forze celesti o infernali, considerate potenzialmente pericolose. Esistono moltissime leggende sui maghi troppo ambiziosi che evocano poteri che poi non sono in grado di controllare, poteri che, infranto il cerchio protettivo, li distruggono. Ma anche se il mago riesce a controllare le forze che ha evocato, il cerchio che lo protegge è comunque sempre anche quello che lo imprigiona. Egli non ne può uscire senza rischiare di essere colpito dalle energie che ha liberato; il cerchio magico diventa così una prigione che lo protegge, ma al contempo lo isola dalla realtà intorno a lui, una realtà in cui le energie scatenate ora si muovono liberamente.
Non è forse questa una metafora della nostra civiltà? Per la nostra cultura, la tecnologia costituisce una sorta di cerchio magico che consideriamo protettivo, dall’interno del quale invochiamo forze potenzialmente distruttive. E così inquiniamo il mondo con la plastica, le radiazioni, i prodotti chimici tossici e gli scarichi industriali. Dall’interno del nostro cerchio "protettivo", ci arroghiamo il diritto e il potere di fare esperimenti contro natura, come quelli dell’ingegneria genetica, la fissione e la fusione nucleare, gli armamenti chimici e biologici. Come il dottor Frankenstein creiamo mostri, e come gli incauti maghi delle leggende troppo spesso perdiamo il controllo delle forze che abbiamo evocato. Cessiamo allora di essere maghi, sacri o profani, e diventiamo vittime.
Ma anche quando riusciamo a mantenere il controllo, il cerchio magico della tecnologia, che noi supponiamo protettivo, ci imprigiona. La tecnologia è infatti come una protesi che migliora le funzioni del nostro braccio, ma non la saggezza necessaria ad esercitarle. Ci illudiamo di essere più liberi, quando invece ci sottomettiamo ad un giogo ancora più pesante. Stiamo insomma diventando sempre più vulnerabili e, nel contempo, disponibili ad essere manipolati.
Siffatta manipolazione è certo un mezzo per "far accadere le cose" ed è quindi una forma di magia, ma una magia che implica qualcosa di molto diverso dalla magia sacra degli ermetici rinascimentali. Assomiglia piuttosto a quella che Agrippa condannava come piccola stregoneria, praticata da tanti piccoli Faust. Ma pur meschina e profana, questa magia non è meno pericolosa ed è certo molto diffusa. Noi ne siamo le potenziali, se non già reali, vittime. 

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