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Le
origini
Il
giudaismo e il cristianesimo nascente distinguevano gli spiriti buoni, fedeli
a Dio, e i malvagi, capitanati da Satana; tra i primi ponevano non solo gli
Angeli propriamente detti, con gli Arcangeli, ma anche i Cherubini
e i Serafini, e tra i secondi i demoni che, identificati con gli dei
del paganesimo (il quale adorava le forze della natura), vennero a
identificarsi in qualche modo con gli spiriti creduti animatori degli astri e
degli elementi. In san Paolo, Principati, Potestà, Virtù
(I Corinzi, XV, 24 seg.) e Troni (Colossesi, I, 16), sono titoli degli
Angeli in genere, buoni o cattivi; la teologia posteriore li restrinse ai
buoni.
Da sant' Agostino infatti si distinsero soltanto gli Angeli di Dio, in cielo,
e i demoni di Satana, nell’inferno; per cui i nomi di Principati, Potestà,
Virtù e Troni passarono a designare gli Spiriti Celesti. Ma sorse la
questione della ragione di tali distinzioni e denominazioni nella Corte
Celeste. Era una diversità di natura, ovvero, supposto che la natura di
spirito sia la medesima in tutti, di merito, di funzione o di dignità, come
pensarono, per esempio, Clemente Alessandrino e Origene? Per lungo tempo i
Padri rimasero divisi e incerti; anche perché non si sapeva precisare in che
consistesse questa diversità di natura e quante e quali fossero le diversità
di ufficio. Inoltre, i testi biblici che si riferiscono alle gerarchie
angeliche non hanno carattere sistematico. Per san Girolamo i Cori erano
sette, mentre sant’Ambrogio e san Gregorio Magno organizzano diversamente
l’ordine gerarchico.
Portò chiarezza ed ordine in questa lo pseudo Dionigi Areopagita (possiamo
dire che mentre i nomi dei singoli Ordini angelici derivano dalla tradizione
biblica, l’organizzazione gerarchica è il frutto in gran parte della
sistemazione dionisiana) con il De Caelesti hyerarchia, al quale fa
riscontro il De ecclesiastica hyerarchia. Da questo stesso si comprende
come egli non concepisse la Gerarchia Celeste fondata sopra una diversità di
natura tra gli spiriti, ma semplicemente, alla stessa guisa della gerarchia
ecclesiastica, sopra la differenza del posto che essi occupano a seconda
dell’ordine sacro di cui sono rivestiti, della scienza che posseggono e
dall’azione che esercitano. Come cioè nella Chiesa la grazia e i doni di
Dio si dispensano attraverso una scala discendente di tre gradini –
l’episcopato, il presbiterio, il diaconato – così la pienezza della Vita
e Luce Divina discende dal Cielo in Terra attraverso tre ordini, diviso
ciascuno in tre gradi (nove in tutto), dei quali il più alto la riceve
immediatamente da Dio, e ciascuno degli altri da quello che gli sta
immediatamente sopra. Sono per ordine discendente: Serafini, Cherubini e
Troni; Dominazioni, Virtù e Potestà; Principati, Arcangeli e Angeli. Questa
teoria, i cui princìpi, come tutte le altre dello pseudo Dionigi, si
ricollegano a quelli neoplatonici, specie da Proclo, fu portata in Occidente
da S. Gregorio Magno; poi, quando gli scritti dell’Areopagita furono
tradotti in latino da Scoto Eriugena, fu universalmente ricevuta nella
scolastica e passò nel linguaggio comune della Chiesa.
Dionigi
Areopagita
Gli
scritti che vanno sotto il nome di Dionigi Areopagita, primo vescovo di Atene
e discendente di san Paolo, a cui si accenna negli Atti (XVII, 34), dal
Rinascimento in poi hanno dato luogo a laboriose discussioni. Essi sono
ricordati la prima volta verso il 532 da Innocenzo, vescovo di Maronia, ma in
occasione della grande conferenza religiosa tenutasi a Costantinopoli (533)
per appianare la lotta fra ortodossi e severiani si cominciò a dubitare della
loro autenticità per opera di Ipazio di Efeso. Invece papa Martino I li
difese strenuamente come autentici e li introdusse in Occidente, e la loro
fama si diffuse così rapidamente e stabilmente che specialmente per il
commento che ne fece Massimo il Confessore, non si dubitò affatto, per tutto
il Medioevo, del loro carattere apocrifo. Attribuiti a Dionigi sono i quattro
trattati: De divinis nominibus, De theologia mystica, De
caelesti hierarchia, De ecclesiastica hierarchia, e inoltre dieci
lettere.
L’Areopagita distingue una teologia affermativa, la quale discende da Dio
alle cose finite, e una teologia negativa, che, mediante un processo di
negazioni, dalle cose finite sale a Dio. Così l’uomo sciolto e libero da
tutte le cose di quaggiù entra in quella caligine veramente mistica
dell’inconoscibilità, dove egli fuori da ogni apprensione scientifica non
esiste più per sé, ma aderisce assolutamente a colui che è al di sopra di
tutto. Di qui l’esaltazione dell’ignoranza mistica come la più alta
conoscenza che si possa avere di Dio.
Nella sua opera più importante, quella sui Nomi divini, egli cerca di
dimostrare che non è possibile la conoscenza delle scienze spirituali, e
tanto meno di Dio, muovendo dalle cose sensibili. La dottrina su Dio è da
ricercare nella Scrittura, la quale, peraltro, ci fornisce una conoscenza di
Dio che si adatta soltanto alla nostra capacità intellettuale. Ma Dio in se
stesso è imperscrutabile, tanto vero che a Lui possono convenire tutti i nomi
e nessun nome. La divinità è dunque superiore a tutto, ed essa non è solo
unità (monade) ma anche trinità (triade), ma non può essere
da noi conosciuta, perché le stesse categorie di unità e trinità non sono
capaci di esprimerla: Dio è il sopraente, il sopraunificante, il
sopraessenziale.
Il primo attributo di Dio è la Bontà. Da essa derivano gli ordini e le
funzioni degli Angeli, le anime e le loro facoltà e anche le cose animate e
inanimate, in un sistema gerarchico degli esseri, che ha avuto un’enorme
efficacia nella determinazione di taluni dogmi cattolici. La creazione divina
è racchiusa dentro i limiti di una gerarchia fantasticamente architettata, ma
dentro cui è però visibile il distendersi dell’unico principio divino, che
contiene in sé tutti gli esseri.
Giacché il fine della gerarchia propriamente consiste nell’assimilazione e
nella congiunzione, per quanto è possibile, con Dio. Gesù è al centro di
questa deificazione, perché è posto in mezzo fra Dio trascendente e gli
altri esseri. Le gerarchie, che costituiscono gli ordini degli esseri
superiori all’uomo, sono distribuite in tre gruppi: Troni, Cherubini,
Serafini; Signorie, Potenze, Autorità; Principati, Arcangeli, Angeli.
Inoltre, posto il concetto che Dio è tutto e abbraccia tutto, e che la sua
vera essenza si esprime nel Bene, il quale per sua natura è diffusivo, l’Areopagita
arriva alla conclusione che in Dio sono uniti anche tutti i contrari. Se Dio
è tutto bene, e come tale abbraccia tutto, il male in quanto male non esiste,
sicché: "tutte le cose, in quanto sono, sono bene e dal bene; in
quanto sono prive del bene, non sono bene, né esistono".
Dunque il male non si può dire che sia nelle cose o nella materia prima o
nel corpo umano; la sua realtà, se di realtà si può parlare, è nella
nostra volontà, la quale accidentalmente opera il male, ma in grazia del
bene, cioè con la coscienza di compiere una cosa giusta. Questa conclusione
chiarisce la soluzione di altri problemi teologici sulla provvidenza divina e
sulla malvagità dei demoni. Dio conosce il male come difetto del bene o bene
difettoso, e i demoni non sono cattivi per natura, ma sono cattivi per quello
che non sono.
"Come
specchi..."
Nel testo
in greco di Dionigi, costituito da quindici brevi capitoli, per un totale di
un'ottantina di pagine, leggiamo molte cose a proposito delle "beatissime
gerarchie angeliche nelle quali il Padre ha generosamente manifestato la Sua
luce e attraverso le quali noi possiamo elevarci fino al Suo assoluto
splendore".
Viene detto per esempio che gli appartenenti alle gerarchie sono come specchi
trasparenti "adatti a ricevere il raggio di Luce del Principio divino,
santamente ricolmi dello splendore a loro dovuto e a loro volta largamente
risplendenti verso quelli che li seguono".
E ancora: "Parlando di gerarchia, intendiamo un ordinamento sacro,
immagine della bellezza del Principio divino, che ha la sacra funzione di
portare a compimento… i misteri della sua propria illuminazione e che tende
ad assimilarsi, per quanto gli è consentito, al proprio
"Principio", divenendo "collaboratore di Dio" e mostrando
"come in se stesso, per quel che è possibile, si compie l'attività
divina. (…) L'illuminazione del Principio divino si compie dapprima nelle
gerarchie celesti, ed è poi da esse che vengono a noi trasmesse le
rivelazioni superiori".
L'autore sembra anche sottintendere che sta parlando di esperienze personali:
dice spesso io vedo che gli angeli, alludendo così a vere e proprie
visioni che gli avrebbero permesso di conoscere l'ordinamento angelico.
La
mediazione
Dionigi
l'Areopagita così continua:
Io vedo che gli Angeli furono
per primi iniziati al divino mistero dell'amore di Gesù per gli uomini, e che
in seguito per opera loro venne a noi la grazia della conoscenza. Fu così che
il divino Gabriele rivelò in segreto al sommo sacerdote Zaccaria che il
bambino che sarebbe nato da lui, contro ogni speranza e per grazia divina,
sarebbe stato un profeta dell'opera divina e umana di Gesù, il quale sarebbe
apparso al mondo come benefico salvatore; e fu così che Gabriele rivelò in
segreto a Maria come in lei si sarebbe compiuto il mistero del Principio,
riguardo all'ineffabile incarnazione divina.
Un altro Angelo comunicò a Giuseppe come in verità si fossero compiute le
divine promesse fatte al suo avo Davide; un altro ancora diede la buona
novella ai pastori in quanto essi si erano purificati con la loro vita di
isolamento e di quiete, e con lui "la moltitudine dell'esercito
celeste", che trasmise quel celebre inno di lode agli abitanti della
terra. Ma mi innalzerò anche alle più alte illuminazioni dei Loghia (nota:
ciò che è stato detto da Dio nel corso dei tempi e tramandato dai testi
sacri): io vedo infatti che lo stesso Gesù, causa sovressenziale delle
entità celesti, giunto fino a noi rimanendo immutabile, non si sottrae al
buon disegno, stabilito e scelto da Lui secondo la convenienza umana, ma si
sottomette docilmente ai voleri di Dio Padre, trasmesso attraverso gli Angeli,
con la cui mediazione viene anche annunciata a Giuseppe la ritirata in Egitto
del Figlio, disposta dal Padre, e in seguito il trasferimento dall'Egitto in
Giudea.
E' perciò per mediazione degli Angeli che noi Lo vediamo sottomettersi alle
leggi del Padre. Tralascio di dire, a te che lo sai (nota: Dionigi
indirizza il suo libro al "confratello Timoteo"), tutto ciò che
ci è stato rivelato dalle tradizioni sacerdotali circa l'Angelo che confortò
Gesù, o il fatto che lo stesso Gesù, entrato nell'ordine rivelatore per la
sua benefica opera salvatrice, fu proclamato "Angelo del gran
consiglio". Ed è proprio così, perché Egli stesso dice, nel modo
proprio degli Angeli, di annunziarci tutte le cose che ha udito dal padre.I
Nomi
Quanto
alle gerarchie celesti vere e proprie, Dionigi afferma di ritenere che
"lo sappia con esattezza solo il loro divino Principio iniziatore. (…)
Noi non diremo nulla che venga solo da noi, ma esporremo, secondo le nostre
capacità, quelle visioni celesti che furono contemplate dai santi conoscitori
del Divino e a cui anche noi siamo stati iniziati".
Nove
sono gli ordini delle entità celesti, a loro volta suddivisi in tre ordini
maggiori: il primo è quello che è sempre presso Dio e comprende i santi Troni
e le loro corti "dai molti occhi e dalle molte ali", cioè Cherubini
e Serafini. Il secondo ordine comprende Potestà, Dominazioni
e Virtù; il terzo gli Angeli, gli Arcangeli e i Principati.
Ogni nome delle Intelligenze celesti indica il carattere divino proprio ad
ognuna.
Di seguito, riportiamo il testo
di Dionigi nella traduzione di G. Burrini (Roma, 1981).Serafini,
Cherubini, Troni
Il santo
nome dei Serafini significa sia "coloro che bruciano" sia
"coloro che riscaldano", e quello dei Cherubini significa
"pienezza di conoscenza" o "effusione di saggezza". Il
nome Troni sta ad indicare la vicinanza al trono divino, quindi entità
altissime che siedono immediatamente accanto a Dio e ricevono in maniera
diretta e immediata le perfezioni e le conoscenze divine. (…)
(Quanto al nome dei Serafini esso ci rivela) il loro continuo ed
incessante movimento attorno alle realtà divine, il calore, l'ardore, il
ribollire di questo eterno movimento continuo, stabile e fermo, la capacità
di rendere simili a se stessi i subordinati, elevandoli energicamente,
facendoli ribollire ed infiammare fino ad un calore uguale al loro, il potere
catartico simile alla folgore, la natura luminosa e risplendente che mai si
occulta e che è inestinguibile, fugatrice di ogni tetra oscurità.
Quanto al nome dei Cherubini, esso ci rivela il loro potere di
conoscere e di contemplare la Divinità, la loro attitudine a ricevere il dono
di luce più alto e a contemplare la dignità del Principio divino nella sua
potenza originaria, la loro capacità di riempirsi del dono della saggezza e
di comunicarlo, senza invidia, a quelli del secondo ordine…
Quanto al nome di Troni, spiriti molto alti e sublimi, esso ci indica
che questi trascendono in modo puro ogni vile inclinazione, che si elevano
verso la vetta in modo ultraterreno, che fermamente si ritraggono da ogni
bassezza, che siedono totalmente, in modo saldo e ben fondato, attorno a Colui
che è veramente l'Altissimo, che accolgono ciò che discende dal Principio
divino con una calma tutta immateriale, e infine che sono portatori del
Divino, premurosamente aperti a ricevere le Sue donazioni.
Dominazioni,
Virtù, Potestà
Io credo
che il nome rivelatore delle sante Dominazioni ci indichi la loro forza
di elevarsi, che mai si sottomette, libera da ogni inferiore cedimento; esse
non si abbassano assolutamente a nessuna realtà discordante e tirannica,
superano… ogni degradante asservimento…, entrano il più possibile in
comunione con l'eterna divinità del Principio della Dominazione.
Il nome delle sante Virtù significa coraggio saldo e intrepidità in
tutte le attività, un coraggio che mai si stanca di accogliere le
illuminazioni donate dal Principio divino, che è anzi potentemente teso
all'imitazione di Dio…
Quanto al nome delle sante Potestà, esso ci rivela la loro parità di
grado condivisa con le divine Dominazioni e con le Virtù, la disposizione
molto armoniosa nell'accogliere i doni divini, il carattere di potenza
ultraterrena e intelligente, che non abusa tirannicamente delle sue potenti
forze, volgendole al peggio, ma che si eleva ed eleva con bontà i subordinati
verso le realtà divine, e che tende ad assimilarsi al Principio della Potestà,
fonte di ogni potestà, che Lo riflette, per quanto è possibili agli
Angeli…
Principati,
Arcangeli, Angeli
Il nome
dei Principati ci indica che essi possiedono un carattere divinamente
sovrano e un potere di comando, entro un ordine sacro che è il più consono a
delle potenze sovrane; che si modellano il più possibile su quello stesso
Principio, fonte di ogni altro principio; e infine che essi, con il buon
ordinamento delle loro potenze sovrane, Lo esprimono come Principio ordinatore
sovressenziale…
Il santo ordine degli Arcangeli, per la sua posizione centrale nella
gerarchia, partecipa ugualmente degli estremi. Infatti è affine ai santissimi
Principati ed è affine agli Angeli… in quanto riceve gerarchicamente le
illuminazioni del Principio divino attraverso le potenze primarie e le
annuncia benevolmente agli Angeli, e tramite gli Angeli le manifesta a noi, in
proporzione alle sante attitudini di coloro che vengono divinamente
illuminati.
Con gli Angeli, come abbiamo detto, terminano e si completano tutti gli
ordini delle Intelligenze celesti, perché essi, da ultimi fra le entità
celesti, possiedono il carattere di messaggeri e sono più vicini a noi; perciò
più ad essi che ai precedenti è appropriato il nome di Angeli, in quanto la
loro gerarchia si occupa di ciò che è più manifesto e, ancor più, delle
cose di questo mondo… Per questo la Scienza divina ha affidato agli Angeli
la nostra gerarchia, designando Michele principe del popolo ebraico, e
chiamando anche altri Angeli a presiedere sui vari popoli. Difatti l'Altissimo
"stabilì i confini dei popoli secondo il numero degli Angeli di
Dio" (Deut. 32, 8).
L'Armonia
sovressenziale
Le
Intelligenze celesti sono tutte rivelatrici e messaggere di chi le precede:
quelle più degne lo sono di Dio che le muove, mentre le altre, a misura delle
loro forze, lo sono delle entità che vengono mosse da Dio.
L’Armonia sovressenziale di tutte le cose ha difatti così ben provveduto
alla regolare elevazione e alla santa ed armoniosa disposizione di ciascun
essere razionale ed intelligente che ha ripartito ogni gerarchia in ordini
sacri, per cui noi vediamo tutta la gerarchia divisa in potenze primarie,
intermedie ed ultime; ma, a dire il vero, Essa ha suddiviso anche ogni
ordinamento secondo gli stessi rapporti divini. Perciò i conoscitori del
Divino dichiarano che gli stessi altissimi Serafini "gridavano l’uno
all’altro" (Isaia 6, 3) per dimostrare con ciò chiaramente, a
mio avviso, che essi per primi trasmettevano agli altri le conoscenze che
hanno sul Divino.
A mio parere c’è ancora una cosa che merita un’intelligente riflessione:
la tradizione dei Loghia dice degli Angeli che essi sono "mille
migliaia" e "diecimila miriadi" (Daniele 7, 10. Apocalisse
5, 11 e 9, 16) – ripetendo per essi e moltiplicando i numeri più alti
che noi usiamo – con l’intenzione di rivelarci chiaramente, con ciò, che
gli ordini delle entità celesti sono per noi incalcolabili. Molti difatti
sono i beati eserciti delle Intelligenze ultraterrene, superiori alla nostra
debole e limitata numerazione materiale, e definiti compiutamente solo dal
loro pensiero e dal loro sapere ultraterreno e celeste, ad essi felicemente
donato dal Principio divino onnisciente e fonte di saggezza, parimenti
Principio sovressenziale, Causa creatrice di essenza, Potenza e Termine che
comprende ed abbraccia tutti gli esseri.
Sant'Agostino
e san Tommaso d'Aquino
Sant'Agostino
così commenta la questione riguardante le gerarchie angeliche:
Come sia composta quella società suprema, e quali siano le differenze
gerarchiche, così da permettere, nonostante il comune nome di angeli,
l’esistenza anche di Arcangeli, e se gli Arcangeli si chiamino anche Virtù
e in che rapporti stiano tra loro quei quattro termini con cui l’apostolo
Paolo sembra voler abbracciare tutta la suddetta società dei celesti, dicano
pure quelli che possono dirlo, se però possono provare quello che dicono; io
per me confesso di ignorarlo (Enchiridion, 58).
Nel
tardo medioevo, Tommaso d’Aquino scrive nella sua Summa Theologica:
Circa i soggetti, occorre distinguere i gruppi gerarchici in quanto ricevono
in maniera non uguale gli ordini del Principe, come può avvenire nelle città
sottomesse ad un unico sovrano, anche se abbiano ricevuto legislazioni
diverse. Gli Angeli dotati di una intelligenza più o meno possente conoscono
le leggi divine in maniera diversa. E’ questo il fattore principale su cui
si fonda la varietà gerarchica in essi. La Prima Gerarchia conosce e apprezza
queste leggi come procedenti da un Principio Universale, che è Dio. La
seconda le coglie come dipendenti da cause universali create, che sono già più
o meno numerose. La terza gerarchia le coglie come sono applicate a ciascun
essere e dipendenti da cause particolari. La distinzione degli Angeli in
gerarchie e ordini si poggia non tanto sui doni naturali della loro essenza
specifica, quanto sul grado della loro elevazione soprannaturale e sulla
visione intuitiva che Dio ha loro concesso dopo che ebbero superato la prova,
un pelago senza limiti e fondo di beatitudine in cui, con diversa profondità,
si immerge la loro estasi.
Quanto alla possibilità degli umani
di guadagnare l’accesso alle Gerarchie Celesti, "gli uomini
possono sì entrare nei diversi ordini degli Angeli, ma non assumendo la loro
natura, pur meritando in Cielo una Gloria che li eguaglia all’uno o
all’altro dei Cori Angelici".L'opera
angelica "oggi"
Possiamo
dunque intendere le Gerarchie Angeliche come i tramiti o i veicoli
dell’emanazione del Pensiero Divino Creatore verso la manifestazione fisica
del Creato. Le schiere angeliche operano lungo il percorso della Creazione
secondo il loro grado di Conoscenza e la loro Funzione: operano dal momento in
cui la Volontà Divina "decide" fino alla manifestazione fisica di
tale Volontà, secondo le Leggi a cui essi (e il Tutto) sono sottoposti. Ogni
singolo Coro e Ordine riceve dal livello superiore ed emana al livello
inferiore quanto tali Leggi consentono: ciò permette alfine all’elemento
creato di assumere una propria identità e caratteristiche proprie. Dai
Serafini agli Angeli assistiamo dunque alla "solidificazione" della
Volontà Creatrice: i primi ne saranno Puro Specchio, i secondi Custodi
e Costruttori a livello fisico.
Serafini
- Il loro nome significa Ardenti. Sono statici
conservatori dell’energia divina increata; pur non conoscendo quella che sarà
la Volontà Creatrice, essi reggono fra le loro mani l’energia primordiale e
la rendono disponibile nel momento in cui dovrà canalizzarsi per
manifestarsi.
Cherubini
- Il loro nome significa Colui che prega. Ricevono
l’onda del Pensiero Divino, e l’energia per realizzarlo, direttamente dai
Serafini. Costituiscono l’elemento dinamico: in base al Progetto,
distribuiscono e organizzano le leggi e le strutture dell’energia divina
emanata. Per tale motivo, li conosciamo quali guardiani dell’Arca
dell’Alleanza e della Porta del Paradiso.
Troni
- Portatori della Giustizia di Dio, sovrintendono alla corretta
collocazione nello spazio e nel tempo dell’elemento creato.
Dominazioni
- Stabiliscono i confini entro i quali l’elemento creato potrà
agire, nel pieno rispetto delle leggi statiche e dinamiche che i Cherubini
hanno stabilito in precedenza. Confini entro cui la nuova creazione potrà
muoversi interagendo con gli altri elementi creati, secondo un principio di
generale armonia e in ottemperanza alle leggi universali.
Virtù
- Dispensatori di Grazia, definiscono l’archetipo, in termini
di qualità specifiche, dell’elemento creato. Stabiliscono pertanto le
caratteristiche proprie dell’elemento: attribuiscono la forma, il colore, la
dimensione, il profumo, la temperatura. Da questo momento in poi l’elemento
è pronto per scendere nei piani della materia, manifestandosi, sia esso un
fiore o una galassia.
Potenze
o Potestà - Caricano l’elemento creato dell’energia vitale più
adatta alla sua specie. Praticamente formano i suoi corpi sottili, infondono
il "prana", modellano l’aura che permetterà l’espressione del Sé
e difendono dall’attività eversiva delle forze maligne.
Principati
- Sono i protettori delle manifestazioni religiose e di culto
che stabiliscono e conservano i legami tra creature e Creatore; costituiscono
il ponte tra la manifestazione materiale e l’essenza spirituale.
Arcangeli
- Custodiscono gli archetipi dello specifico elemento creato, collocato
all’interno di una specie. Sovrintendono direttamente all’attività degli
Angeli posti a custodia di ogni singolo elemento. Il termine Arcangelo è
composto e deriva dal greco essere a capo e messaggero.
Angeli - Sono i Custodi delle singole entità, siano queste
esseri umani, appartenenti ai regni vegetale e minerale, oppure oggetti
costruiti dall’uomo. Inoltre sono i Costruttori delle forme all’interno
dei quattro elementi e dell’etere cosmico che li contiene. In pratica, si
occupano di mantenere correttamente saldo nella materia il Progetto Divino
lasciando all’Uomo la possibilità, tramite il libero arbitrio, di
far progredire ed evolvere tale Progetto. La categoria degli Angeli è dunque
quella più vicina agli esseri umani ed opera direttamente sulla loro natura
energetica.

I
9 Cori Angelici. Miniatura dal breviario di Hildegard
von Bingen (1098-1179)
Per
un'ulteriore trattazione sulle gerarchie angeliche vedi anche:
Angeli
e Antroposofia
:
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