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Introduzione
alle origini
La
Tradizione più nota dei Nomi Angelici proviene dalla Cabala (o anche Cabalah,
Kabala, Kabbala, Qabalah), termine che significa
conoscenza, ricezione, rivelazione. Più precisamente, il termine QBLH,
Qabalah, deriva da QBL, Quibel "ricevere", cioè ciò che viene
tramandato per trasmissione orale e che diventa "tradizione". Indica
una raccolta di testi mistici, frutto della cultura ebraica, per lo più
segreti e in parte trasmessi oralmente, da una generazione all’altra di
maestri e di studiosi: può essere definita come la dottrina esoterica
ebraica.
Risalire alle origini della Cabala non è impresa facile: secondo Ginsburg
essa era all’inizio la scienza degli angeli che essi comunicarono all’uomo
dopo la caduta di Adamo, per fornirgli gli archetipi e i mezzi per
riconquistare il giardino perduto.
Eliphas Levi cita il libro apocrifo di Enoch in cui si narra che alcuni
angeli caddero dal cielo per amare le figlie della terra ed unirsi a loro:
Essi presero delle spose alle quali si congiunsero, e insegnarono loro la
magia, gli incantesimi e le divisioni delle radici e degli alberi.
In seguito i più saggi e i più dotti fra i loro discendenti avrebbero
raccolto l’essenza di questa dottrina per fissarli in libri sacri: tutto
questo per rappresentare la Cabala come una scienza divina, e l’uomo come un
angelo decaduto che deve riscattarsi e riscoprire la scienza perduta.
A proposito della caduta dell’uomo, The Golden Dawn, sistema
esoterico-filosofico di chiara derivazione dalla Cabala, riporta:
E Tetragrammaton pose i Kerubim a Oriente del Giardino dell’Eden, e una
Spada Fiammeggiante che ruotava da ogni parte per custodire la via
dell’Albero della Vita, poiché Egli ha creato la Natura affinché l’uomo
scacciato dall’Eden non precipiti nel Vuoto. Egli ha legato l’uomo con le
stelle, come una catena. Egli lo attrae con i frammenti dispersi del Corpo
Divino negli uccelli, nelle bestie e nei fiori. Ed Egli piange su di lui nel
Vento e nel Mare e negli Uccelli. E quando i tempi saranno finiti, Egli
richiamerà i Kerubim dall’Oriente del Giardino, e tutto verrà consumato e
diverrà infinito e santo.
L'Albero
della Vita
L’Albero
della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti
della Cabala. E’ un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci
entità, chiamate Sefirot. Le Sefirot corrispondono ad importanti
concetti metafisici, a veri e propri livelli all’Interno della Divinità.
Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive
attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana.
L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la
creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le
creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di
risalita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui
tutto anela.
L’Albero della Vita è la "scala di Giacobbe" (Genesi 28), la cui
base è appoggiata sulla terra e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli
angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione,
salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la
consapevolezza degli esseri umani.
Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell’Eden, l’umanità
non ha più accesso diretto all’Albero della Vita. Come dice la Bibbia, la
via che conduce all’Albero è guardata da una coppia di Cherubini,
due angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la
via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini
possiedono l’uno un volto maschile e l’altro un volto femminile. Essi
rappresentano le due polarità fondamentali dell’esistenza, così come si
esprimono sui piani più elevati della consapevolezza.
Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli
cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito
consiste nell’allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare,
e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al
Giardino dell’Eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto
di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a Casa.
Non si tratta però di un lavoro facile. I due Cherubini hanno in mano una
spada fiammeggiante a doppio taglio. Tra le molte altre cose, essa simboleggia
la distruzione dei due Templi di Gerusalemme. Subito dopo la distruzione del
secondo Tempio, lo Zohar (Libro dello Splendore) fu rivelato al
mondo, e con esso venne data la descrizione dell’Albero della Vita.
Le spade dei Cherubini si trasformano in due coppie di ali incrociate in alto,
e insieme definiscono l’arco posto al di sopra del portale d’entrata al
giardino dell’Eden: la Cinquantesima Porta della Conoscenza, "la Porta
del Signore, attraverso la quale vengono i giusti". Essi diventano così
i Cherubini che sovrastavano l’Arca dell’Alleanza, l’uno con un volto
maschile, l’altro con un volto femminile.
Uno
sguardo al Giardino
I
5 interventi seguenti: da "L'essenza della Cabala" di Daniel C. Matt
Da un lato la Cabala si rifà alla tradizione,
l’antica saggezza ricevuta dal passato e custodita con cura. Dall’altro, a
coloro che si dimostrano veramente ricettivi, la saggezza appare
spontaneamente, senza avvisaglie, cogliendo quasi di sorpresa.
La tradizione mistica ebraica combina entrambi questi elementi. Il suo
vocabolario abbonda di quelle che lo Zohar, il testo canonico della
Cabala, chiama “parole neo-antiche”. Molte delle sue espressioni derivano
dalle fonti tradizionali, la Bibbia e la letteratura rabbinica, ma si
sviluppano in maniera imprevista. Per esempio, “il mondo che verrà”, una
frase tradizionale spesso intesa come riferimento ad una lontana età
messianica, si trasforma in “il mondo che costantemente viene”, che
costantemente scorre, una dimensione senza tempo della realtà immediatamente
accessibile a coloro che sono ricettivi.
Il concetto rabbinico della Shekinah, l’immanenza divina, sboccia
nella parte femminile di Dio, bilanciando così la concezione patriarcale che
domina la Bibbia e il Talmud. La Cabala conserva la disciplina
tradizionale della Torah e delle mitzwot (precetti), ma
ora le mitzwot hanno un impatto cosmico: “Il segreto per adempiere alle
mitzwot è di emendare tutti i mondi ed estrarre l’emanazione
dall’alto”. Secondo la Cabala, ogni azione umana sulla terra influisce sul
regno divino, favorendo o, al contrario, ostacolando l’unione della Shekinah
con il suo compagno: il Santo, sia egli benedetto. Dio non è un essere
statico, bensì un dinamico divenire. Senza partecipazione umana Dio resta
incompleto, non si realizza. Sta a noi rendere attuabile il potenziale divino
nel mondo. Dio ha bisogno di noi.
La Cabala deve la sua fortuna a questa stimolante miscela di tradizione e
creatività, fedeltà al passato e coraggiosa innovazione. I cabalisti furono
esperti nel mantenere l’equilibrio tra cieco fondamentalismo e anarchia
mistica, sebbene un certo numero di essi perse quest’equilibrio e cadde in
un estremo o nell’altro. E’ sorprendente come, nonostante le loro idee
sconcertanti e le loro immagini talvolta sconvolgenti, i cabalisti sollevarono
un’opposizione relativamente limitata, se comparata a quella suscitata da
alcuni famosi sufi islamici e mistici cattolici, come Hallaj e Meister Eckhart.
Senza dubbio ciò si dovette in parte al metodo esoterico di trasmissione
della Cabala. Da principio le dottrine segrete erano trasmesse oralmente da
maestro a discepolo e limitate ad alcune cerchie ristrette. Ma anche scritto,
il messaggio era spesso ermetico e si concludeva talvolta con frasi come:
“Questo è sufficiente per uno che è illuminato”, oppure “Colui che è
illuminato comprenderà”, o ancora “Non posso ampliare questo perché così
mi è stato ordinato”.
I cabalisti facevano la straordinaria affermazione che le loro dottrine
mistiche avevano origine nel Giardino dell’Eden. Questo vuole suggerire che
la Cabala è depositaria della nostra natura originale: la libera
consapevolezza di Adamo ed Eva. Noi abbiamo perduto questa natura, la più
antica tradizione, come inevitabile conseguenza del fatto di aver assaggiato
il frutto della conoscenza, il prezzo della maturità e della cultura. I
cabalisti, senza voler rinunciare al mondo, anelano al recupero di quella
tradizione primordiale e alla riconquista di una coscienza cosmica.
Visioni
di Dio
La Cabala sorge come movimento distinto
all’interno del Giudaismo nell’Europa medioevale, ma l’esperienza del
contatto diretto con il divino è già descritta chiaramente nel più antico
libro ebraico: la Bibbia. Per esempio il profeta Isaia vede Dio in
trono nel Tempio di Gerusalemme, scortato da angeli fiammeggianti che
proclamano l’uno l’altro “Santo, santo, santo è il Signore degli
eserciti. Tutta la terra è piena della sua presenza” (Isaia 6, 3).
Il resoconto più vivido di una visione di Dio è senza dubbio quello
contenuto nel capitolo di apertura del libro di Ezechiele. Mentre si
trova sulla sponda di un fiume a Babilonia, il profeta vede un trono roteare
attraverso il cielo, scortato da quattro creature alate che guizzano avanti e
indietro. Sul trono è “una figura dall’apparenza umana” circondata da
una luminosità simile a quella di un arcobaleno.
Ezechiele ebbe questa visione più o meno all’inizio del VI secolo a.e.v.
Ancora prima che il suo libro entrasse a far parte del canone biblico, la sua
visione divenne l’archetipo dell’ascesa mistica ebraica. Fino alla
comparsa della Cabala, i mistici ebrei utilizzarono come modello il racconto
di Ezechiele. Il ma’ aseh merkavah, il racconto del carro,
come da allora in poi venne chiamato, fu esposto in alcune cerchie e imitato
in altre e diede vita ad uno dei rami principali del misticismo ebraico.
L’altro ramo fu il ma’ aseh bereshit, il racconto della
creazione o cosmologia. Il testo più importante relativo a questi segreti
fu il Sefer Yetzirah, il Libro della creazione, redatto, a
quanto pare, in Palestina tra il III e il VI secolo. In questo testo viene
narrato come Dio creò il mondo per mezzo delle ventidue lettere
dell’alfabeto ebraico e delle dieci sefirot, un termine che fa qui la
sua prima apparizione nella letteratura ebraica.
La Genesi e i Salmi avevano già indicato il verbo divino come lo strumento
della creazione.
“Dio disse: ‘Sia la luce’. E luce fu”.
“Per mezzo della parola di Dio furono creati i cieli; per mezzo del
soffio della sua bocca, tutte le sue schiere” (Genesi 1, 3; Salmi 33,
6).
La novità del Sefer Yetzirah consiste nella particolareggiata speculazione su
come Dio combinò le singole lettere e nel concetto delle sefirot, che in
questo testo sono delle entità numeriche, esseri viventi che rappresentano i
numeri da uno a dieci, cifre, potenze metafisiche, attraverso le quali si
dischiuse la creazione. L’idea che i numeri siano essenziali alla struttura
del cosmo ha origine nel misticismo pitagorico. Gradualmente, comunque, le
sefirot evolsero fino a diventare il simbolo centrale attorno a cui ruota la
Cabala.
Lo
Zohar
Fondandosi su queste antiche tradizioni, la Cabala
nacque a pieno titolo nella fertile regione di Provenza verso la fine del XII
secolo. Qui fioriva una variegata comunità ebraica, un centro il cui sapere
abbracciava leggi rabbiniche, filosofia e misticismo. In questo ambiente venne
redatto il Sefer ha-Bahir, normalmente considerato il primo testo
cabalistico. Paradossalmente, sebbene bahir significhi “brillante”
o “chiaro”, questo libretto risulta veramente oscuro: una collezione,
spesso impenetrabile, di frammenti esoterici. In esso ora le sefirot appaiono
come luci, potenze e attributi, simili alle forze divine descritte nella
letteratura gnostica. Esse rappresentano stadi della vita interiore di Dio,
aspetti della personalità divina. Manca uno schema uniforme: le sefirot sono
descritte in modi diversi e talvolta contraddittori. Nel corso del secolo
successivo, con la diffusione della Cabala al di là dei Pirenei, in Catalogna
e poi in Castiglia, il sistema simbolico si cristallizzò. Vennero incorporati
elementi del misticismo neoplatonico e anche speculazioni sull’origine del
male.
Intorno al 1280, un mistico ebreo spagnolo di nome Moshè de Leon,
iniziò a diffondere libretti tra i suoi colleghi cabalisti. Moshè dichiarava
di essere semplicemente uno scriba e di copiare da un antico libro di
sapienza. L’originale sarebbe stato redatto presumibilmente nella cerchia di
rabbi Shim’on bar Yohai, un famoso discepolo di rabbi Akiva,
che era vissuto e aveva insegnato nel II secolo in Terra d’Israele.
Questi libretti rappresentavano la prima parte di quella che sarebbe diventata
un’opera immensa: il Sefer ha-Zohar, Libro dello splendore. Le
dichiarazioni di de Leon furono ampiamente accettate e i presunti natali dello
Zohar contribuirono a promuovere il giovane movimento cabalistico. Lo Zohar
divenne gradualmente Ha-Zohar ha Qadosh, Il Santo Zohar, il
testo canonico della Cabala, sui cui insegnamenti si basò la maggior parte
della successiva tradizione cabalistica. Solo in tempi recenti si è fatta
maggiore chiarezza sul ruolo effettivo giocato da Moshè de Leon nella
generazione dello Zohar.
Più che uno scriba, de Leon fu l’autore dello Zohar. Egli attinse da
materiale più antico, forse collaborò con altri cabalisti e forse credette
sinceramente di trasmettere antichi insegnamenti. E’ possibile che parti
dello Zohar siano state composte tramite scrittura automatica, una tecnica
secondo cui il mistico dovrebbe meditare su un nome divino, entrare in trance
e iniziare a “scrivere qualunque cosa arrivi alla mano”. Pare che questa
tecnica fosse utilizzata anche da altri cabalisti del XIII secolo, ma Moshè
de Leon intessé le sue varie fonti in un capolavoro: un commento sulla Torah
in foggia di novella mistica.
Le
Sefirot
La trama dello Zohar si concentra fondamentalmente
sulle sefirot. Penetrando la superficie letterale della Torah, i commentatori
mistici trasformano la narrazione biblica in una biografia di Dio. La Torah
nella sua interezza è letta come un nome di Dio che esprime l’essere
divino. Anche un versetto apparentemente insignificante può rivelare le
dinamiche interne delle sefirot: il modo in cui Dio percepisce, reagisce e
agisce, la maniera in cui Lei e Lui si pongono in intima relazione tra loro e
con il mondo.
Il capitolo di apertura della Genesi apparentemente descrive la creazione del
mondo, ma in realtà allude ad un ancor più primordiale inizio:
l’emanazione delle sefirot, la loro derivazione dall’Infinito, o En Sof
(letteralmente “senza fine”). In antitesi con il Dio personale delle
sefirot, l’En Sof rappresenta l’essenziale trascendenza di Dio. Niente più
del suo nome può essere detto. Qui i mistici ebrei adottarono la teologia
negativa di Maimonide che aveva insegnato:
“La descrizione di Dio per mezzo di negazioni è quella corretta, una
descrizione autentica, che non indulge a facili linguaggi… Più aumentano le
negazioni che riguardano Dio, più ci si avvicina alla sua comprensione”.
La prima sefirah condivide la natura negativa dell’En Sof ed è talvolta
indicata come Ayin, Nulla. Secondo la definizione di un
cabalista:
L’Ayin esiste più di tutti gli esseri mondani, ma poiché è semplice, e
tutte le cose semplici sono complesse se comparate alla loro semplicità, si
chiama Ayin.
In questo stato originale, Dio è un essere indifferenziato, né questo né
quello, una non-cosa.
La prima sefirah è più comunemente chiamata Keter, Corona.
E’ la corona sul capo di Adam Qadmon, l’Adamo primordiale. Secondo
il capitolo di apertura della Genesi, l’essere umano viene creato a immagine
di Dio. Le sefirot costituiscono l’archetipo divino di quell’immagine, il
modello mitico dell’essere umano, la nostra originaria natura. Le sefirot
sono anche descritte come un albero cosmico che cresce verso il basso con le
radici poste in alto, in Keter, la radice delle radici.
Dalle profondità del Nulla risplende il punto primordiale di Hokmah, Sapienza,
la seconda sefirah. Questo punto si espande in un cerchio, la sefirah di Binah,
Intelligenza. Binah è il grembo, la Madre divina. Ricevendo il seme,
il punto di Hokmah, essa concepisce le sette sefirot inferiori. Anche
l’essere creato trova in lei la sua origine: essa è “la totalità di
tutte le individuazioni”.
Queste tre sefirot superiori (Keter, Hokmah e Binah) rappresentano la testa
del corpo divino e sono considerate più occulte della discendenza di Binah.
Essa dà luce innanzitutto a Hesed (Amore) e Gevurah (Potenza),
anche conosciuta come Din (Giudizio). Hesed e Gevurah sono le braccia,
rispettivamente destra e sinistra, di Dio, due poli della personalità divina:
amore che fluisce liberamente e giudizio rigoroso, clemenza e restrizione.
Entrambi sono essenziali per il corretto funzionamento del mondo.
Idealmente il raggiungimento di un equilibrio è simboleggiato dalla sefirah
centrale, Tif’eret (Bellezza), anche chiamata Rahamim (Misericordia).
Se il giudizio non è ammorbidito dall’amore, esso attacca con violenza e
minaccia di distruggere la vita. Qui riposa l’origine del male, chiamato Sitra
Ahra, l’Altra Parte. Da una prospettiva più radicale, il male
deriva dal pensiero divino che, prima di emanare il bene, elimina gli scarti.
Il demoniaco è radicato nel divino.
Tif’eret è il tronco del corpo sefirotico, chiamato anche Cielo, Sole, Re e
il Santo, sia egli benedetto, il nome rabbinico di uso corrente per Dio. Esso
è figlio di Hokmah e Binah.
Le due successive sefirot sono Netzah (Eternità) e Hod (Fasto)
che costituiscono le gambe, rispettivamente destra e sinistra, del corpo e
sono la fonte della profezia. Yesod (Fondamento) è la nona
sefirah e rappresenta il fallo, la forza generativa dell’universo. E’
anche chiamato Tzaddiq (il Giusto) e a lui, secondo le
interpretazioni, si riferisce Proverbi 10, 25 “Il giusto è il fondamento
del mondo”. Yesod è l’axis mundi, il pilastro cosmico. Attraverso di lui
vengono incanalate, verso l’ultima sefirah, Malkut, luce e forza
delle precedenti sefirot.
Malkut (Regno) è anche nota come Shekinah (Presenza).
Nella letteratura ebraica più antica, la Shekinah compare frequentemente come
l’immanenza di Dio, ma non è ancora apertamente femminile. Nella Cabala, la
Shekinah diviene completamente una Lei: figlia di Binah, sposa di Tif’eret,
la metà femminile di Dio. La Shekinah è “il segreto del possibile”, essa
riceve l’emanazione dall’alto e genera la molteplicità delle forme di
vita in basso.
Dall’alto in basso, le sefirot rappresentano il dramma dell’emanazione, il
passaggio dall’En Sof alla creazione. Dal basso in alto, le sefirot
costituiscono una scala che sale verso l’Uno. Dall’unione di Tif’eret e
Shekinah nasce l’anima umana e il viaggio mistico inizia con la presa di
coscienza di questo spirituale evento della vita. La Shekinah è l’apertura
al divino: “Chi entra, deve farlo attraverso questa porta” (Zohar). Una
volta all’interno, le sefirot non sono più un astratto sistema teologico,
ma divengono una mappa della coscienza.
I
mistici di Safed: Cordovero e Luria
Nel 1492 gli ebrei furono cacciati dalla Spagna. Insieme a decine di
migliaia di altri esuli, i cabalisti si diressero verso il nord Africa,
l’Italia e il Mediterraneo orientale diffondendo idee mistiche. Alla metà
del XVI secolo, la Cabala, con lo Zohar come suo nucleo, era ormai diventata
un importante fattore spirituale della vita ebraica.
Un flusso sempre maggiore di cabalisti cominciò ad arrivare in Palestina. Il
loro centro fu inizialmente Gerusalemme, ma a partire dagli anni Quaranta del
XVI secolo, divenne più importante il villaggio di Safed.
Una figura di spicco della comunità mistica di Safed fu Moshè Cordovero
(1522-1570) che fuse lo Zohar alla Cabala estatica. In questa l’accento è
posto sulle tecniche di meditazione, in particolar modo la recitazione dei
nomi divini e le combinazioni delle lettere dell’alfabetico ebraico, basate
sul Sefer Yetzirah.
Dopo la morte di Cordovero, come maestro mistico fu riconosciuto uno dei suoi
allievi, Isaac Luria. Contrariamente al prolifico Cordovero, Luria
scrisse pochissimo. Conosciamo pertanto i suoi insegnamenti dagli scritti dei
suoi discepoli, specialmente quelli di Hayyim Vital.
Luria riflettè sul problema delle origini. Elaborando precedenti
formulazioni, Luria insegnò che il primo atto divino non fu l’emanazione,
bensì la contrazione. L’En Sof ritrasse la sua presenza “da sé a sé”,
ritirandosi in tutte le direzioni a partire da un punto al centro della sua
infinità, creando in tal modo, per così dire, un vuoto. Questo vuoto servì
da luogo della creazione. Nel vuoto, l’En Sof emanò un raggio di luce,
incanalato in vasi. Da principio tutto andò bene, ma non appena il processo
di emanazione avanzò, alcuni vasi non riuscirono a resistere alla forza della
luce e andarono in frantumi. La maggior parte della luce ritornò alla sua
fonte infinita, ma il resto cadde sotto forma di scintille, insieme ai cocci
dei vasi.
Alla fine, queste scintille restarono intrappolate nell’esistenza materiale.
Il compito dell’uomo è quello di liberare, o innalzare, queste scintille
per restituirle alla divinità.
Da qui il
mito luriano dello tzimtzum (contrazione o ritiro), della
shevirah (frantumazione) e del tiqqun (restaurazione
o riparazione) assunse un ruolo centrale nella Cabala. Questo processo
di tiqqun si compie per mezzo di una vita di santità. Tutte le azioni umane
favoriscono o, al contrario, ostacolano, il tiqqun, accelerando o ritardando,
così, l’arrivo del Messia. Da un certo punto di vista, il Messia è
modellato dalle nostre azioni etiche e spirituali.
L’insegnamento di Luria fa eco ad uno dei detti paradossali di Franz
Kafka:
Il Messia verrà solamente quando non sarà più necessario; verrà solo il
giorno dopo il suo arrivo.
Come
in alto così in basso
I
2 interventi seguenti: da "Il libro delle antiche conoscenze" di
Zolar
Le antiche razze serbavano il ricordo di un libro primitivo, scritto in
geroglifici dai saggi della prima epoca del mondo. Più tardi esso fu
semplificato e volgarizzato, e i suoi simboli fornirono le lettere all’arte
della scrittura, i caratteri al mondo e i segni a ogni vera filosofia. Negli
scritti cabalistici leggiamo che Dio stesso rivelò la Cabala al genere umano
nei tempi biblici. Adamo ricevette un libro cabalistico dall’angelo Raziele,
e grazie a questa saggezza riuscì a superare il dolore della sua caduta e a
riottenere la dignità. Il Libro di Raziele fu dato a Salomone che, per
il suo potere, sottomise la terra e l’inferno.
Questo libro “primitivo” venne attribuito dagli Ebrei a Enoch,
settimo patriarca dopo Adamo; dagli Egiziani a Ermes; dai Greci a Cadmo,
il misterioso costruttore dalla città sacra. Il libro era il sommario
simbolico di tutta la tradizione primitiva, chiamato di conseguenza Cabala,
che significa “ricezione”.
La tradizione di questa è fondata su di un dogma della magia: “Il
visibile è per noi la misura proporzionale dell’invisibile”. Gli
antichi, osservando che l’equilibrio è la legge universale della fisica e
segue l’apparente opposizione di due forze, derivarono dall’equilibrio
fisico quello metafisico. Essi erano convinti che nella prima causa vivente e
attiva dovevano riconoscersi due proprietà necessarie l’una all’altra.
Esse erano la stabilità e il moto, la necessità e la libertà, l’ordine
razionale e l’autonomia volitiva, la giustizia e l’amore e, di
conseguenza, la severità e la misericordia. E questi due attributi erano
personificati, per così dire, dai cabalisti ebrei.
Secondo la Cabala questa è la base di tutte le religioni e di tutte le
scienze: un triplo triangolo e un circolo. La nozione di questa triade fu
spiegata dall’equilibrio moltiplicato per se stesso nei domini
dell’ideale. Da essa derivò la comprensione di questa concezione in forme
simboliche. Gli antichi unirono la prima nozione di questa semplice teologia
all’idea di numero, e qualificarono ogni cifra della prima decade nel modo
seguente:
1. La Corona, il potere equilibrante (Kether).
2. Sapienza equilibrata nel suo ordine immutabile per iniziativa
dell’intelligenza (Chokmah).
3. Intelligenza attiva, equilibrata dalla sapienza (Binah).
4. Misericordia, che è sapienza nella sua concezione secondaria,
sempre benevola perché è forte (Chesed).
5. Severità, richiesta dalla sapienza stessa e dal buon volere.
Permettere il male significa ostacolare il bene (Geburah).
6. Bellezza, la luminosa concezione dell’equilibrio nelle forme,
l’intermediario fra la Corona e il Regno, il principio mediante fra il
Creatore e la creazione, o sublime concezione di poesia e del suo sacerdozio
sovrano (Tiferet).
7. Vittoria, l’eterno trionfo dell’intelligenza e della giustizia (Nesah).
8. Eternità, la conquista raggiunta della mente sulla materia,
dell’attivo sul passivo, della vita sulla morte (Hod).
9. Fondazione, la base di ogni fede e di ogni verità, l’Assoluto in
filosofia (Yesod).
10. Il Regno, l’universo, l’intera creazione, l’opera e lo
specchio di Dio, la prova di ogni suprema ragione, la conoscenza formale che
ci spinge a ricorrere a premesse virtuali, l’enigma a cui solo Dio può
rispondere. Ragione suprema e assoluta (Malkuth).
La
Creazione: involuzione ed evoluzione
I processi della creazione sono una dualità di involuzione
ed evoluzione. L’una è inseparabile dall’altra. Per quanto possa
apparire paradossale al non iniziato, è una divina verità che l’evoluzione
e il compimento della vita spirituale si raggiunge solo con un rigoroso
processo di involuzione che va dal di fuori al di dentro, o
dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.
Per capire meglio questo mistero dobbiamo usare una serie di simboli. Di
conseguenza concepiamo il divino fuoco dell’essenza primaria come il centro
spirituale dell’universo. Questo raggio costituisce un triuno da cui emana
la pura, bianca luce dell’unità senza forma. Questo centro costituisce un
regno di Sephiroth, una sfera solare di potenzialità viventi: puri esseri
divini infinitamente superiori ai più alti cori degli arcangeli. Come tale,
lo concepiamo fluire, al pari di un granello, nell’infinito oceano
dell’amore divino, circondato dalla fulgida luce della Corona senza nome.
Questa sfera divina, in questo stadio, è completamente passiva. Vi regna il
Nirvana con la benedetta radiazione del suo petto immobile. Ma si avvicina il
tempo in cui la grande missione nello schema della creazione deve iniziare.
Arriva il momento e appena scaturisce la prima pulsazione creativa di pensiero
nell’intera sfera dell’immobile, informe, debole luce, essa irradia
vivente energia spirituale.
La delicata, luce bianca è cessata e in suo luogo raggiano in ogni
concepibile direzione i potenti oceani di forza, ognuno differente in velocità,
colore e potenzialità. Il passivo è divenuto attivo, l’immobile ha
cominciato a muoversi e lo spazio vuoto è attraversato dalle ali della luce.
Il sole si è rifratto e una porzione dell’infinita luce si è decomposta
nei suoi originari, illimitati attributi. Questo, nel linguaggio mistico e
allegorico della Cabala è considerato l’evoluzione delle sette Sephiroth
attive dalla prima trinità di Amore, Saggezza e Corona.
Queste sette Sephiroth attive costituiscono i sette principi della natura.
Esse formano sette punti o sottocentri attorno al divino centro genitore, il
sole spirituale. Sono questi i sette stati di vita angelica da cui la
divina matrice spirituale emette tutti gli atomi vitali del loro universo
creato.
Quando comincia l’alba di ogni universo, la pura essenza senza forma viene
immessa, prima di essere implicata dalla volontà deifica delle gerarchie
angeliche. E’ immessa dai regni del non manifesto nella sfera solare della
vita creativa. Questo contatto provoca immediatamente un grande cambiamento.
Essa non è più senza forma ma atomica e dotata dell’attributo o stato
della polarità.
Questa polarità evolve una specie di associazione e divide equamente la
sostanza senza forma in due parti fondamentali. Ogni parte è necessariamente
al servizio dell’altra nell’esistenza manifesta. L’una è positiva e
l’altra negativa. Il raggio positivo è quello che costituisce il fuoco
spirituale vivente di tutte le cose. I suoi atomi sono infinitamente sottili.
Il raggio negativo tende sempre verso uno stato di riposo o di inerzia. I suoi
atomi sono rozzi e sciolti al confronto con quelli del raggio positivo.
La sostanza formata dal raggio negativo è quella che costituisce le varie
specie di quella che chiamiamo materia. Esso forma ogni materia, dalla
sostanza inconcepibilmente sottile ed eterealizzata che compone le forme dei
divini arcangeli solari fino alle rozze vene minerali di denso e
pesante metallo.
Di conseguenza, quando parliamo genericamente di spirito e materia, queste
parole sono perfettamente prive di significato in senso occulto. Quello che
chiamiamo spirito non è puro spirito ma solo l’attributo positivo o attivo
di ciò che chiamiamo materia. Quindi la materia è irreale; è solo
un’apparenza prodotta dal raggio negativo e questa apparenza è il risultato
di una polarità o di un maggior moto. L’uno è dritto e penetrante,
l’altro rotondo e avviluppante.
Dopo questa necessaria digressione, riprendiamo la nostra discussione. Dai
sette stati angelici menzionati ha inizio l’involuzione spirituale. Ognuna
delle sette sfere è il riflesso di uno dei sette principi che costituiscono
la mente divina. Da questa riflessione scaturiscono le razze angeliche,
inferiori solo in potere mentale e potenzialità ai loro genitori. Poi, a loro
volta, vengono prodotti stati celesti ancora più bassi, ogni stato
corrispondendo in natura, colore e attributi alla sfera da cui è nato o è
stato riflesso. Sebbene ogni stato nella scala discendente sia simile per
corrispondenza, diviene inferiore in dimensione e più materiale. Le potenze
spirituali delle sue razze angeliche sono più deboli e meno attive, perché
sono sempre più avviluppate nella materia via via che discendono le scale.
Così procede l’involuzione, implicando stato dopo stato e sfera dopo sfera,
formando una serie di circoli la cui linea di movimento, o di discesa, non è
sul piano della loro orbita. La forma diviene così una spirale finché è
raggiunto il punto più basso. Oltre questo punto il moto è impossibile, e
l’infinitamente grande è divenuto l’infinitamente piccolo. Questo è il
grande punto polarizzante da cui viene riflesso il mondo materiale. Esso è il
più basso possibile piano di vita, che ha formato la prima eterea razza umana
sul nostro pianeta. Così ha introdotto nell’esistenza la famosa Età
dell’Oro della mitologia.
I
Nomi degli Angeli
La
Cabala, nella sua complessità, viene normalmente classificata in: pratica,
letterale, non scritta, dogmatica. In particolare la Cabala dogmatica
comprende la parte teorica e si basa sull’elaborazione di alcuni testi
fondamentali, tra cui lo Sepher Yetzirah, attribuito al patriarca
Abramo, lo Zohar, il Sepher Sephirot e alcuni altri tra cui il Libro
dell’Angelo Raziel.
Oltre allo Zohar (Libro della Luminosità) va menzionato il Khemot
(Libro dei Nomi). E’ qui che si trova l’elenco dei Nomi dei 72 angeli che circondano il trono di Dio, in continua rotazione
secondo un’ellisse che collega tutte le costellazioni dello zodiaco.
Vedi
la sezione Nomi
in ebraico degli Angeli
L’arco zodiacale (360°) è diviso in sezioni di cinque gradi e ciascuna di
queste corrisponde ad un periodo di circa cinque giorni dell’anno (365
giorni); ogni periodo è dominato da uno dei 72 angeli.
Ciascuno degli angeli zodiacali (definiti anche "custodi")
esercita un particolare influsso sui nati nel periodo in cui è dominante,
assicurando protezione e trasmettendo le energie e i doni specifici di cui è
portatore. Inoltre, ogni angelo governa per 20 minuti ciascuno durante
l’arco della giornata e un giorno specifico (ogni 72 giorni, in successione
agli altri angeli) durante l’arco dell’anno. Questi sono gli angeli del
giorno e gli angeli delle missioni.
Per quanto riguarda l'origine dei Nomi degli angeli vi rimandiamo alla sezione
specifica del sito; brevemente, qui possiamo dire che sono ricavati dai tre
versetti del capitolo 14 dell’Esodo, uno dei cinque libri di Mosè.
Ogni versetto è formato da 72 lettere. Il Nome di ogni angelo è formato a
sua volta da tre lettere ebraiche più la terminazione -iah, -ael,
-el oppure -iel che sono Nomi divini attribuiti a diverse
schiere di angeli, in relazione alla loro posizione celeste. L’importanza dei quattro punti cardinali e del cielo per la decifrazione dei
Nomi angelici e non solo viene evidenziata dallo Zohar:
Chi viaggia di buon mattino guardi attentamente all’Est, e là vedrà
qualcosa come lettere marcianti nel cielo, alcune sorgenti ed altre
declinanti: questi brillanti caratteri sono le lettere con cui Dio ha formato
il cielo e la terra...
Ogni angelo porta con sé un "attributo divino", una sorta di inno
che egli canta incessantemente e con il quale testimonia la grandezza divina.
Ciascuno degli attributi divini che l’angelo inneggia perennemente come un
mantra, è anche il "dono" che egli porta al suo protetto.
Come per tutte le cose, per ogni angelo di Luce esiste un angelo oscuro dello
stesso ordine e grado. Esiste dunque un’altra lista di 72 Nomi, portatori di
72 attributi di sofferenze e discordia... che comunque non troverete qui.
Collegamenti
cabalistici ad altre pagine del sito
1. Nella sezione Nomi in
ebraico degli Angeli è trattata la
metodologia secondo la quale sono stati ricavati i Nomi dei 72 Angeli.
2. Nella sezione Nomi degli
Angeli sono riportati i Nomi dei 72 Angeli con
i corrispondenti periodi di reggenza, i doni e le tabelle per identificare il Nome del
proprio Angelo Reggente o Custode (dall'angelologo Haziel, di cui proponiamo
di seguito una breve presentazione).
3.
Nella sezione Arcangeli
sono riportati i Nomi e le attività dei 9 Arcangeli che presiedono ai 9 Cori.
4.
Nella sezione Sognare
potrete leggere ancora sui mistici di Safed.
5. Nella
sezione Angeli
e Tradizione Enochiana affronteremo la corrispondenza tra
l'Arcangelo Metatron, figura cruciale della Cabala, e il patriarca Enoch.
Approfondimenti
di prossima attivazione:
1. La
Qabalah Letterale:
Gematria, Notariqon, Temura
2. La
Qabalah Dogmatica:
Sepher Yetzirah, Zohar, Sepher Sephiroth, Asch Metzareph
Haziel
Lo
studioso esoterico Haziel ha scritto numerose opere riguardanti gli
angeli. Il suo vero nome è Francois Bernard Termés, mentre "Haziel"
è il nome con cui si firma, preso a prestito da un cherubino, suo angelo
custode. Nato nel 1927 a Girona, in Catalogna, è cresciuto a contatto coi
maestri cabalisti per lunga tradizione familiare; frammassone, fratello Lai
del collegio mistico della Rosa-Croce, ex ufficiale di marina, ex ingegnere ed
ex insegnante, Haziel racconta come ha ricevuto l’ispirazione per i suoi
libri sull’argomento:
Vado in pellegrinaggio alla cappella di Nostra Signora degli Angeli, a
Clichy-sous-Bois (Francia), ogni equinozio di primavera, tornando a pregare
con regolarità, ogni cinque giorni, all’ora dell’angelo che intendo
invocare, giacché ogni angelo governa 20 minuti delle 24 ore del giorno. In
tali occasioni ho avuto delle chiaroveggenze su ciascuno di essi, ottenendo
inoltre molte preghiere... Un angelo che ho visualizzato mi ha rivelato:
"Noi siamo multipli ma dall’unica volontà, come il Signore"...
Interrogato sul perché così tante preghiere rimangano senza risposta,
replica:
Le
domande sono assoggettate alla nostra riserva spirituale, alla nostra banca
celeste: se essa è vuota, l’angelo non può aiutarci. Bisogna aver
acquisito dei meriti nella vita presente, o in quelle anteriori, perché
esista la scorta di grazia necessaria agli angeli per esaudirci. Naturalmente,
talvolta è anche possibile ottenere un "credito", purché poi si
mantenga l’impegno di restituirlo.
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