Rudolf Steiner, fondatore dell'Antroposofia

Angeli
e
Antroposofia

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Rudolf Steiner

Rudolf Steiner, fondatore dell'antroposofia, nacque il 27 febbraio 1861 a Kraljevec, presso la frontiera austro-ungarica. Da studente curò gli scritti scientifici di Goethe. Dal 1890 al '97 collaborò all'Archivio di Goethe e Schiller a Weimar. Dal 1902 ebbe una più intensa attività come scrittore e conferenziere, prima nell'ambito della Società Teosofica e poi di quella Antroposofica, da lui fondata nel 1913. Oltre a una trentina di opere scritte di carattere filosofico e antroposofico, sono rimasti i testi stenografati di quasi 6000 conferenze sui più diversi rami del sapere. Morì nel 1925 a Dornach (Svizzera) dove aveva edificato, prima in legno e poi in cemento, il Goetheanum, centro di attività scientifiche e artistiche fondate sull'antroposofia.
Fu all’età di 35 anni circa che si verificò un cambiamento decisivo nella vita di Steiner. "Un interesse, mai provato prima, per ciò che è sensibile, percettibile, si destò in me. Assunsero importanza alcuni particolari cui prima non avevo prestato debita attenzione. Ebbi l’impressione che il mondo sensibile avesse qualcosa da svelarmi, qualche cosa che esso soltanto potesse svelarmi. Entrai così, per la precisione e la forza dell’osservazione compiuta mediante i sensi, in un dominio sino allora sconosciuto".
La nuova facoltà si ripercosse fortemente sulle sue esperienze spirituali. "Quando si osserva il mondo fisico si esce completamente da se stessi. Proprio per questo si può ritornare nel mondo spirituale con accresciuta penetrazione". Da anni Steiner era solito praticare la meditazione. Intensificò ora notevolmente quella pratica. Si sviluppò in lui "la coscienza di un uomo spirituale interiore che può svilupparsi nella natura umana e che, liberato totalmente dall’organismo fisico, può vivere, percepire, muoversi nel mondo spirituale. Questo uomo spirituale autonomo entrò nella mia esperienza per effetto della meditazione".
Rudolf Steiner acquistò così il diritto di dirsi cittadino di due mondi, il fisico e lo spirituale. Fu in quell’epoca che Steiner incontrò nel mondo dello spirito quelle potenze demoniache che dalla conoscenza della natura non vogliono portare alla visione dello spirito, ma fanno del pensiero un meccanismo. "Per quelle entità è assolutamente vero che il mondo è una macchina".
Doveva ora condurre in piena consapevolezza una dura lotta interiore: "Dovetti salvare la mia vista spirituale tra le tempeste che si svolsero nella mia anima. (…) Durante tali prove, riuscii ad andare avanti solo evocando in me, con la mia vista interiore, lo sviluppo del cristianesimo".
Negli ultimi anni dell’Ottocento, la grande sete di conoscenza diresse Steiner verso alcune concezioni che non erano quelle delle confessioni religiose, il cui insegnamento ufficiale "concerne un mondo dell’aldilà che l’uomo non può raggiungere sviluppando le proprie forze spirituali. Ciò che la religione insegna, ciò che essa dà come legge morale, proviene da rivelazioni esterne all’uomo. A questo si opponeva la mia concezione dello spirito con l’affermazione che il mondo spirituale è altrettanto percepibile quanto il mondo che si manifesta ai sensi. E vi si opponeva anche il mio principio di individualismo etico, per cui la morale non va ricevuta dall’esterno, sotto forma di legge, ma deriva dallo sviluppo dell’entità animico-spirituale dell’uomo, in cui vive un elemento divino".
"Non riuscii a trovare il cristianesimo che cercavo in nessuna delle confessioni esistenti. Così che, dopo dure lotte animiche, dovetti immergermi io stesso nel cristianesimo, e precisamente in quel mondo soprasensibile, nel quale lo spirito stesso ne parla."

Nasce l'Antroposofia

Nel 1902, Steiner fece un passo decisivo in occasione di una conferenza per l’Associazione Giordano Bruno. Dichiarò apertamente, per la prima volta, quale sarebbe stato lo scopo di tutta la sua attività futura: "trovare nuovi metodi per lo studio dell’anima su base scientifica".
"Quella conferenza" egli disse "fu la mia conferenza antroposofica fondamentale: il punto di partenza di tutto il mio futuro lavoro".
Si può dunque dire che la sera dell’8 ottobre 1902 segnò l’origine dell’antroposofia.
A partire da quel momento la biografia di Rudolf Steiner è inseparabilmente unita all’impulso spirituale che allora chiamò spesso teosofia, ma che ben presto denominerà antroposofia (dal greco anthropos, uomo, e sophia, saggezza). Questa definizione voleva significare una forte e più ampia coscienza interiore, grazie alla quale l’uomo può sperimentare se stesso come cittadino di due mondi. A tale definizione aggiunse le parole: "è la coscienza della propria umanità”.

“L'antroposofia è mediatrice di conoscenze ottenute per via spirituale. Ma lo è solo perché la vita quotidiana e la scienza fondata sulla percezione dei sensi e sull'attività dell'intelletto conducono ad un limite del sentiero della vita, raggiunto il quale l'esistenza animica umana dovrebbe perire, se non fosse in grado di varcare il limite. La vita quotidiana e la scienza non conducono al limite in modo che sia necessario arrestarvisi, ma, a quel limite della percezione dei sensi, attraverso l'anima umana stessa, si apre la vista sul mondo spirituale. L'esperienza comune della vita mostra la massima dipendenza della vita spirituale dell'uomo dall'esistenza corporea. Qui si sveglia nell'uomo la coscienza che, nell'esperienza comune della vita, l'autoconoscenza potrebbe essere andata perduta. Sorge allora l'ansiosa domanda se possa esservi un'autoconoscenza che trascenda l'esperienza comune della vita e arrivi alla certezza intorno ad un vero Sé. L'Antroposofia vuole dare una risposta a questa domanda, sulla base di una sicura esperienza dello Spirito."
Da tutto questo poté sorgere un’altra "figlia" dell’antroposofia: la pedagogia steineriana, che ben presto si affermò in tutto il mondo. Nel 1907, infatti, Steiner aveva trattato in una esposizione importantissima la "educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito", che venne poi pubblicata in opuscolo. Egli mostrò come una giusta comprensione delle leggi che governano il divenire del bambino e dell’adolescente dovesse per forza propria sfociare in una pedagogia completamente nuova. Rudolf Steiner mostra come l’essere umano in divenire avanzi per un difficile cammino le cui tappe faticose sono ben riconoscibili: esse corrispondono al successivo sorgere di necessità materiali e morali ben determinate. Il piano di studi e il metodo da adoperare nella futura scuola furono concepiti per corrispondere, per quanto possibile, a queste necessità. La sua pedagogia traccia soprattutto ad ogni educatore il cammino per una severa educazione di se stesso. A colui che segue tale via con perseveranza i bambini stessi insegnano a poco a poco come egli debba insegnare.
Anche dei medici, oltre che degli insegnanti, scoprirono che gli insegnamenti di Rudolf Steiner erano in grado di arricchire notevolmente le loro conoscenze professionali.
Già molto presto Steiner aveva rivolto la sua attenzione a questioni inerenti la medicina. Aveva dimostrato come la scienza dello spirito (antroposofia) possa aprire nuovi orizzonti su quanto concerne l’organismo umano. La caratteristica tutta particolare della medicina ampliata antroposoficamente consiste specialmente nell’includere, in base all’indagine soprasensibile, la natura psichica e spirituale del malato nello studio della sua malattia. Steiner illustrava dei casi patologici servendosi di moltissimi esempi e poté sviluppare, dalle sue conoscenze sull’azione reciproca che avviene fra l’organismo umano e i regni della natura, una terapia razionale. Per essere un vero medico nel senso antroposofico della parola bisogna, Steiner diceva, esser prima di tutto medico nel senso della medicina ufficiale. I suoi contributi, nell’ambito della medicina, non avevano altro scopo se non quello di ampliare la medicina generalmente praticata, non di sostituirla.

Di seguito, brani tratti da conferenze tenute da Rudolf Steiner e pubblicate con i titoli “Gerarchie spirituali” e “Le entità spirituali nei corpi celesti e nei regni della Natura”, Editrice Antroposofica.

I corpi celesti

Nelle epoche pre-atlantiche, nelle epoche precedenti la grande catastrofe, allorché le grandi masse degli uomini guardavano ancora chiaroveggentemente gli spazi celesti (con chiaroveggenza atavica, crepuscolare), quando ancora elevavano gli sguardi alle gerarchie spirituali, vedevano ben diversamente da poi, quando nelle epoche post-atlantiche l’antica chiaroveggenza si era dileguata per le grandi masse umane e solo l’occhio fisico poteva ormai guardar fuori negli spazi celesti fisici. Nei tempi precedenti la catastrofe atlantica, non avrebbe perciò avuto senso parlare dei corpi celesti che oggi sono distribuiti nello spazio. Allora lo sguardo umano chiaroveggente guardava negli spazi del firmamento e scorgeva mondi spirituali. Sarebbe stato assurdo parlare allora di Mercurio o Nettuno o Saturno, come ne parla la nostra astronomia, poiché, quando la nostra astronomia parla dei firmamento e di ciò ch’esso contiene, essa rende soltanto quanto ne percepisce l’occhio fisico-sensibile. Ma nei tempi atlantici, per l’antica umanità chiaroveggente, ciò non esisteva nemmeno; allora, guardando il cielo, non si vedevano affatto stelle di luce fisicamente delimitate. Quel che vede oggi l’occhio fisico è per così dire solo un’espressione esteriore della spiritualità che si scorgeva allora. (…)
L’occhio fisico antico vedeva l’aura di Giove, e vedeva nell’aura le entità spirituali che, per un certo loro grado di evoluzione, appartenevano a Giove. Poi l’umanità si sviluppò fino alla veggenza fisica. L’aura rimase, ma l’uomo non poteva più vederla; il nucleo centrale fisico diventava sempre più distinto. La parte spirituale andò perdendosi, e divenne visibile la parte corporea. La conoscenza di questa spiritualità intorno alle stelle, delle entità che le circondano, si conservò nei sacri misteri. Di tale conoscenza parlano tutti i santi Risci (antichi saggi indiani). (…)
Coloro che erano discepoli dei maestri di quelle scuole dei misteri, pronunciando nei diversi linguaggi i nomi di Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, indicavano una scala di entità spirituali. Chi pronuncia quelle parole nel senso odierno, indicando con esse un astro fisico, indica solo la parte più grossolana di ciò che con quei nomi s’intendeva in origine; non ne indica affatto l’elemento principale. Così l’antico maestro di sapienza diceva “Luna”, e con questa parola suscitava la rappresentazione di un grande mondo spirituale. Quando pronunziava la parola “Luna” e indicava il punto del cielo dove si trova la Luna, avendo nella sua coscienza la consapevolezza: “Ivi è il gradino inferiore d’una scala di gerarchie spirituali”, allora chi per la sempre più profonda immersione nei sensi dell’umanità si era grandemente allontanato da quella veggenza spirituale, levando i suoi sguardi vedeva solo la Luna fisica, e chiamava quella “Luna”. Si aveva dunque una parola per due cose che certamente avevano un nesso tra di loro, ma suscitavano nell’uomo rappresentazioni del tutto differenti. Lo stessa accadeva quando i saggi dei misteri alzavano gli sguardi a Mercurio, Sole, Marte e così via.

Dionigi l’Areopagita

Per impedire che l’umanità perdesse ogni nesso con la saggezza spirituale originaria, al principio della nostra era, quando ebbe luogo il ringiovanimento dell’antichissima saggezza, si dovette nuovamente accennare, e con parole decise, che là dove l’occhio umano, rivolgendosi al cosmo, come occhio fisico non scorge che cose fisiche, ivi lo spazio è spiritualmente riempito da sostanze spirituali.
E così, con parole estremamente ferme, chi in Atene fu il discepolo più intimo dell’apostolo Paolo, Dionigi l’Areopagita, affermò che fuori nello spazio non esiste soltanto materia, che l’anima capace d’elevarsi col suo presentimento negli spazi dell’esistenza cosmica vi scorge spiritualità, vi trova esseri spirituali che stanno al di sopra dell’uomo nell’evoluzione della vita. Per esprimerlo egli usò allora altre parole poiché, se avesse adoperate le parole antiche, nessuno vi avrebbe compreso altro che cose materiali. (…) Adoperava parole di cui era sicuro che sarebbero state prese spiritualmente; parlava di angeli, arcangeli, archai, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini. Ma ormai gli uomini avevano dimenticato, proprio dimenticato, quel che l’umanità aveva saputo in altri tempi. Se si fosse potuto comprendere il nesso tra ciò che vedeva Dionigi l’Areopagita e ciò che era stato veduto dagli antichi sacri Risci, sentendo da un lato pronunciare la parola Luna e dall’altro, in altri misteri, la parola angeli, si sarebbe saputo che era la stessa cosa. Così, sentendo da un lato menzionare Mercurio e dall’altro arcangeli, da un lato archai e dall’altro Venere, si sarebbe pur sempre compreso che era la stessa cosa. Si sarebbe udita la parola Sole da una parte e potestà (Exusiai) dall’altra, e si sarebbe saputo che gli stessi mondi erano designati con quelle parole. Sentendo dire Marte si sarebbe pensato che ora ci s’innalzava alle virtù (Dynameis). La parola Giove avrebbe avuto lo stesso significato di ciò a cui nella scuola di Dionigi si dava il nome di dominazioni (Kyriotetes). Al nome di Saturno corrispondeva quello dei troni. (…)
Il compito della moderna scienza dello spirito, o antroposofia, è appunto ritrovare il nesso tra il fisico e lo spirituale, tra il mondo terrestre e le gerarchie spirituali.

Il compito della nostra Terra

Come l’uomo passa da un’incarnazione all’altra, come passa da una metamorfosi all’altra, così tutti gli esseri dell’universo, dal minimo al massimo, passano attraverso a reincarnazioni; ed anche un essere qual è la nostra Terra stessa, ossia un essere planetario, passa attraverso reincarnazioni. La nostra Terra non è nata già come Terra, ma fu preceduta da un’altra condizione. Come l’uomo in questa sua esistenza è la reincarnazione di una vita precedente, così anche la Terra è la reincarnazione di un antico pianeta che l’ha preceduta. Noi denominiamo Luna quel pianeta precedente la Terra, e con ciò nondimeno la Luna di oggi, ch’è solo un frammento, un residuo della Luna antica, ma intendiamo uno stato precedente della nostra Terra che ebbe esistenza una volta e passò poi per un periodo di vita spirituale che usiamo chiamare pralaja, così come l’uomo passa per uno stato spirituale dopo la morte. Quel pianeta lunare è poi rinato, come rinasce l’uomo. A sua volta però lo stato planetario della Luna è la reincarnazione di uno stato planetario precedente che chiamiamo Sole. Questo Sole, che però non è il Sole attuale ma un essere del tutto diverso, è la reincarnazione dell’ultimo pianeta al quale dobbiamo guardare, quando parliamo delle diverse reincarnazioni della nostra Terra, e cioè l’antichissimo Saturno. Abbiamo così quattro reincarnazioni successive: Saturno, Sole, Luna, Terra.
Il compito della nostra Terra è di rendere possibile all’uomo, quale lo conosciamo oggi, appunto la sua esistenza umana. Tutti gli effetti della nostra Terra sono tali che per essi l’uomo diventi un’entità egoica, un io, il che non avveniva negli stati precedenti per i quali egli è passato. L’uomo è dunque diventato uomo, nel senso attuale, solo sulla Terra. Anche gli stati planetari precedenti per cui la Terra è passata ebbero un compito analogo. Altri esseri divennero uomini su quegli altri pianeti; esseri che oggi stanno appunto più in alto dell’uomo. (…)
Una delle verità che i discepoli dei misteri dovevano acquisire già nell’antichità era che gli Dei, i quali oggi stanno in alto, nelle sfere spirituali, non erano sempre stati Dei, ma che prima erano stati uomini, e avevano anch’essi percorso i gradini umani prima di ascendere al rango di Dei.

I diversi gradi di entità divino-spirituali

Gli esseri, i primi che sono invisibili e che stanno immediatamente al di sopra dell’uomo, vale a dire che sono un solo gradino al di sopra dell’uomo, si chiamano nell’esoterismo cristiano angeli, messaggeri, cioè messaggeri del mondo divino-spirituale. Gli esseri che stanno ancora un grado più in su, dunque due gradi al di sopra dell’uomo, si chiamano arcangeli o anche spiriti del fuoco. Gli esseri che quando compiono normalmente il loro sviluppo stanno un grado più su degli arcangeli sono le entità che si chiamano spiriti della personalità, oppure principati, forze primordiali, archai. Abbiamo così in primo luogo tre ordini di esseri più elevati dell’uomo. Questi tre ordini di esseri hanno tutti attraversato il loro stadio di umanità, furono una volta uomini.
Lo stadio umano degli esseri che oggi sono angeli non risale nemmeno a un passato molto lontano guardando le cose dal punto di vista dei periodi cosmici; essi furono uomini sulla Luna; e come noi, grazie alle condizioni terrestri, possiamo muoverci come uomini sulla Terra, così gli angeli, percorrendo il loro stadio umano, potevano appunto abitare la Luna. Gli arcangeli passarono il loro stadio umano sul Sole, e le archai o spiriti della personalità, sull’antico Saturno. Così questi esseri si sono gradatamente innalzati, partendo dallo stadio umano, e oggi sono entità superiori che si trovano a gradi gerarchici più elevati dell’uomo.
Se contiamo in senso spirituale i gradini della scala dei regni cosmici, possiamo quindi dire di avere, visibili sulla Terra, il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale e quello umano; poi si passa all’invisibile, e si ha il regno degli angeli, degli arcangeli o spiriti del fuoco, delle archai (principati, spiriti della personalità).

Angeli

Per ogni individuo umano dobbiamo presupporre un’entità che, per il fatto di essere di un grado superiore all’uomo, conduce l’individualità a passare da un’incarnazione all’altra. Queste non sono le entità che regolano il karma; queste sono semplicemente entità custodi le quali serbano la memoria dall’una all'altra incarnazione fino a che l’uomo non sia in grado di serbarla da sé. Queste entità sono appunto gli angeli. Possiamo dunque dire che ogni uomo è in ogni incarnazione una persona, ma che su ciascuno veglia un’entità la quale ha una coscienza che va da incarnazione a incarnazione. Per questo fatto l’uomo che ai primi gradini dell’iniziazione non sa ancor nulla per scienza propria delle sue incarnazioni precedenti, acquista però la possibilità d’interrogare in proposito il suo angelo. Ciò è assolutamente possibile a certi gradi inferiori dell’iniziazione. Possiamo dunque dire: gli esseri angelici stanno un grado più su degli uomini, hanno il compito di vegliare su tutto lo svolgimento del filo umano che per la singola individualità passa attraverso alle successive incarnazioni.
(…) Se vogliamo cercare un angelo, dobbiamo prendere in considerazione che il suo fisico quaggiù non è che una specie di riflesso dei suoi principi spirituali, i quali si possono vedere solo nel mondo spirituale. Nell’acqua che scorre, nell’acqua che si scioglie in vapore, nei venti dell’aria, nel balenio dei lampi e in altri fenomeni simili dobbiamo cercare il corpo fisico degli angeli. La difficoltà nell’uomo sta in primo luogo nella sua convinzione che un corpo debba avere contorni ben delimitati. (…)
L’uomo deve sviluppare tutti i suoi principi racchiusi in lui, e da ciò dipende il fatto ch’egli non possa comprendere come un corpo fisico possa essere evanescente, fluttuante, come non sia necessario neppure che abbia struttura determinata. Dobbiamo pensare che più angeli fra loro collegati possono avere la parte più densa del loro corpo fisico in una unica parte di questa o quella superficie d’acqua. Non occorre affatto concepire che il corpo fisico degli angeli debba necessariamente essere delimitato; una data superficie d’acqua può costituirne una parte, mentre un’altra parte potrà essere molto lontana dalla prima. In breve vediamo come tutto ciò che ci attornia: acqua, aria, e fuoco terrestri, si debba considerare come contenente in sé i corpi delle gerarchie immediatamente superiori all’uomo.

Arcangeli e principati

Saliamo ora al gruppo successivo di entità, agli arcangeli, o spiriti del fuoco, come pure si chiamano. Questi non si occupano degli uomini singoli, delle singole individualità, ma hanno il compito più vasto di coordinare armonicamente la vita del singolo con quella di una collettività più grande, ad esempio i popoli, le razze e così via. E’ compito degli arcangeli, nella nostra evoluzione terrestre, di mettere l’anima del singolo in una certa connessione con quella che chiamiamo l'anima di popolo, l’anima di razza.
Passiamo ora alle entità che denominiamo spiriti della personalità o principati o archai. Esse sono ancora superiori e hanno un compito ancora più elevato nell’insieme dell’umanità. In realtà, regolano le condizioni dell’umanità intera sulla Terra, e vivono così che attraverso alle onde del tempo, di epoca in epoca, si trasformano in un determinato momento, e assumono per così dire un altro corpo spirituale. Quello che si chiama realmente lo spirito del tempo, lo spirito di un’epoca, è il corpo spirituale delle archai.

La manifestazione delle entità della terza gerarchia

(…) Negli angeli, così come nelle entità dalla terza gerarchia che comprende arcangeli e principati, non esiste affatto una vita interiore autonoma, quale esiste nell’uomo. Se esse voglio esplicare la propria natura, se vogliono per così dire pensare, sentire o volere al modo dell’uomo ciò che esse sono, tutto si manifesta subito all’esterno; non è come nell’uomo, il quale può rinchiudere in se stesso i suoi pensieri e i suoi sentimenti, e può non attuare i propri impulsi di volontà. I pensieri che vivono in quegli esseri, come pensieri da loro stessi prodotti, sono al tempo stesso la loro manifestazione verso l’esterno. Se poi essi non vogliono manifestarsi, non possono rientrare nella loro interiorità altrimenti che riempiendosi a loro volta del mondo spirituale che sta sopra di loro. Nell’interiorità di quelle entità vive dunque il mondo spirituale sovrastante e quando invece esse sperimentano se stesse si manifestano oggettivamente verso l’esterno.
Queste entità non possono dunque nascondere in sé alcun frutto del loro pensare o del loro sentire, dato che qualunque cosa esse elaborassero in se stesse, si manifesterebbe all’esterno. Esse non sanno mentire: ciò che pensano o sentono non può non essere convalidato dal mondo esterno. Esse non possono concepire una qualsiasi rappresentazione che non coincida con un qualsiasi mondo esterno, dato che le rappresentazioni da loro concepite vengono poi percepite da quegli stessi esseri come la manifestazione (o rivelazione) di loro stessi. Ammettiamo però per un momento che quelle entità avessero voglia di rinnegare la propia natura: che cosa accadrebbe allora? Si è già detto che nel caso delle entità che abbiamo denominato Angeli, Arcangeli e Spiriti dei tempi (o Archài) tutto ciò che possono percepire, che si rivela loro, è la loro propria natura. Se volessero mentire, dovrebbero sviluppare in loro stesse qualcosa di incompatibile con la loro natura. Ogni menzogna sarebbe un rinnegare la loro natura, cioè in realtà niente altro che uno stordimento, un annientamento della propria entità. Se tuttavia vogliamo proprio immaginare che tali entità abbiano voglia di sperimentare interiormente qualcosa che esse non manifestino direttamente all’esterno, allora esse dovrebbero per l’appunto assumere una natura diversa.

I ribelli della terza gerarchia

Il fatto che ho ora definito, cioè il rinnegamento della natura delle entità della terza gerarchia, con l’assunzione di una natura diversa dalla loro, è realmente accaduto, nel corso dei tempi. Fra le entità della terza gerarchia ve ne furono che provarono la voglia di fare delle esperienze interiori senza essere obbligate a manifestarle all’esterno: cioè, in sostanza, la voglia di rinnegare la propria natura.
Possiamo qui domandarci quali fossero le ragioni che possono avere indotto quelle entità a provare quella voglia. Osservando la natura delle entità della terza gerarchia (dotate di quella loro “manifestazione” e della loro “plenitudine di spirito”), notiamo che in fondo esse si trovano interamente al servizio delle entità delle gerarchie superiori: esse non hanno in realtà una vita propria. Gli Angeli non hanno vita propria: la loro vita è rivelazione, esiste per il mondo intero, e appena non manifestano più se stessi, la loro interiorità è occupata dalla vita delle gerarchie superiori che getta la sua luce in loro. Fu un senso di forza, di autonomia, di libertà a indurre alcuni di loro a rinnegare la propria natura. A un certo momento, parte delle entità della terza gerarchia provarono l’impulso a non dipendere più soltanto dalle entità delle gerarchie superiori, ma a sviluppare invece una vita propria. Ciò ebbe un’influenza assai notevole sull’intera evoluzione del sistema planetario. Infatti, quelle entità (che potremmo chiamare i ribelli della terza gerarchia) provocarono niente di meno che la preparazione dell’autonomia dell’uomo stesso: della possibilità cioè che l’uomo sviluppi una vita autonoma che non si manifesti direttamente all’esterno, una vita interiore indipendente dalla manifestazione esterna.
Gli spiriti della terza gerarchia che giunsero a sviluppare questo impulso non fecero quello che fecero al fine di mentire, bensì per conseguire lo sviluppo di una vita propria. Sviluppando una vita propria, essi dovettero prendere su di sé la conseguenza di diventare spiriti della non-verità, spiriti del rinnegamento della propria natura, in altre parole spiriti della menzogna.
(…) Ora, tutti gli spiriti che sorsero nel modo descritto (quasi come una seconda categoria) a fianco degli spiriti della terza gerarchia, per effetto del rinnegamento della loro natura, vengono chiamati in occultismo spiriti luciferici. Il concetto di spiriti luciferici è caratterizzato essenzialmente dalla loro volontà di sviluppare una vita interiore autonoma. Essi volevano superare la condizione di “pienezza di spirito”, dell’essere ricolmi della sostanza delle gerarchie superiori. Essi aspiravano ad essere ricolmi non solo delle entità delle gerarchie superiori, ma della loro propria essenza. A questo fine, invece di colmarsi dello spirito delle gerarchie superiori, conservando in tal modo per così dire la vista aperta verso queste gerarchie, essi non poterono fare a meno di separarsi dalle entità delle gerarchie più elevate, per procurarsi in questo modo sostanza propria dalla sostanza delle gerarchie superiori e per sviluppare una loro autonomia.

Potestà

Dopo la terza gerarchia, arriviamo alle entità che chiamiamo potestà, exusiai o anche spiriti della forma. Qui giungiamo a compiti che già vanno oltre la Terra. Nell’evoluzione umana distinguiamo un’evoluzione di sette periodi: Saturno, Sole, Luna, Terra, Giove, Venere e Vulcano. Abbiamo visto regolato tutto quello che accade sulla Terra dagli angeli per quanto riguarda l’uomo singolo, dagli arcangeli per il nesso del singolo con le grandi masse umane, dagli spiriti della personalità per l’intera evoluzione dell’umanità. Ma v’è dell’altro che deve ora essere regolato: l’umanità deve venir condotta da uno stato planetario a un altro. Anche qui devono esservi entità spirituali che durante tutta l’evoluzione terrestre provvedano affinché, quando essa sarà giunta al suo termine, l’umanità possa passare nel giusto modo attraverso un altro pralaja e trovare la via alla meta seguente, a Giove. Queste entità sono le potestà o spiriti della forma.

Serafini, cherubini, troni

Le prime entità che per così dire circondano la Divinità stessa, che come esprime così bene l’esoterismo cristiano occidentale, “godono l’immediata visione di Dio”, sono i serafini, i cherubini, i troni. Questi ricevono dunque i piani di un nuovo sistema cosmico dalla divina Trinità da cui ha origine. Naturalmente questo è detto in senso più figurato che reale, perché si tratta di descrivere attività così sublimi che le parole umane non sono davvero adeguate ad esprimerle.
(…) Serafini è un nome che, se inteso nel suo giusto significato anche secondo l’esoterismo ebraico, fu sempre interpretato nel senso di esseri che hanno il compito di ricevere dalla Trinità le somme idee, gli scopi di un sistema cosmico. Il grado immediatamente inferiore della gerarchia, i cherubini, ha il compito di elaborare e sviluppare in saggezza le mete e le idee ricevute dalle Divinità supreme. I cherubini sono dunque spiriti di suprema sapienza, capaci di tradurre in disegni eseguibili i suggerimenti dati loro dai serafini. A loro volta i troni, il terzo gradino della gerarchia a partire dall’alto, hanno il compito (s’intende, parlando molto figuratamente) di dar mano all’opera, affinché ciò che fu pensato in sapienza, i sublimi pensieri cosmici che i serafini ricevettero dagli Dei, e che i cherubini elaborarono nel pensiero, possano venir tradotti in realtà.
Vediamo così, purché vogliamo guardare con l’anima, come grazie all’emanazione della sostanza fuoco per opera dei troni, avvenga il primo grado di realizzazione dei disegni divini. I troni ci appaiono come entità che hanno la forza di tradurre in una prima realizzazione ciò che era stato pensato dai cherubini. Questo accade con l’emanazione da parte dei troni della propria sostanza, del fuoco cosmico originario, entro lo spazio che per così dire è stato preso in considerazione per un nuovo sistema cosmico.

Il sistema solare e le gerarchie spirituali

Le entità che sono più vicine alla Terra, che operano nella cerchia più immediata intorno alla Terra, sono gli angeli. Da questa sfera guidano la vita della singola individualità che passa da un’incarnazione all’altra. Ma occorre una potenza maggiore per distribuire in modo conveniente intere masse di popoli sulla Terra, assegnando le loro diverse missioni.
(…) Consideriamo come agisca diversamente dall’altra una razza che sia diversa per il colore della pelle e dei capelli; in ciò operano condizioni cosmiche che devono essere regolate dagli spazi celesti. Questo avviene per un influsso proveniente dalla sfera che giunge fino a Mercurio, fino al confine degli arcangeli. Se poi cerchiamo donde provenga all’umanità intera, quale si evolve sulla Terra, la direzione che la guida e la conduce, troviamo che questa direzione proviene da sfere celesti ancor più lontane, cioè dallo spazio cosmico che giunge fino a Venere. Quando poi deve venire diretto e guidato il compito della Terra stessa, questa direzione deve partire dal punto centrale di tutto il sistema.
La nostra umanità si evolve attraverso Saturno, Sole, Luna, Terra, Giove, Venere e Vulcano. Le entità che della gerarchia spirituale che dirigono la missione dell’umanità da un pianeta all’altro sono le potestà, gli spiriti della forma. Essi devono trovarsi in un posto eletto e vi stanno infatti; il loro dominio giunge fino al Sole. Il Sole ebbe esistenza come corpo separato già accanto all’antica Luna, è ora nuovamente accanto alla Terra, e sarà ancora accanto a Giove. Il suo dominio si estende al di là del singolo pianeta. Perciò l’esistenza del Sole deve essere congiunta con quelle entità spirituali il cui dominio si estende anche al di là dei singoli pianeti. Sotto questo aspetto il Sole è veramente un corpo celeste eletto in quanto arriva fino ad esso il dominio che si estende oltre il singolo pianeta. Vediamo dunque che in sostanza troviamo la sfera spaziale esterna, la dimora esterna delle gerarchie, non tanto nei singoli pianeti quanto nelle orbite che vengono circoscritte dai pianeti come segni di confine. Se immaginiamo tutta la cerchia della Terra fino alla Luna, essa è tutta pervasa dall’attività degli angeli; quella della Terra fino a Mercurio, dall’attività degli arcangeli e così via.
Abbiamo dunque a che fare con sfere spaziali, e i pianeti sono i segni di confine dell’attività spaziale delle entità superiori. L’uomo stesso è incatenato alla Terra; però l’eterno che passa da un’incarnazione all’altra viene guidato da entità che non sono incatenate alla Terra, ma che attraverso all’atmosfera giungono a ciò che sta al di là di essa, fino alla Luna. E così di seguito, sempre più in alto.

La visione della Divinità e le gerarchie spirituali

Se ci innalzassimo al di là dei serafini, entreremmo nel campo della Divina Trinità. Qual è dunque la speciale caratteristica dei serafini, dei cherubini e dei troni, ch’essi soli possiedono sopra le altre entità del mondo? Hanno ciò che si è chiamato “la visione immediata della Divinità”. Essi possiedono fin dal principio quello che l’uomo per mezzo della sua evoluzione deve conquistarsi a poco a poco. (…)
La differenza tra i serafini, i cherubini e i troni, e l’uomo è che dal primo inizio della nostra evoluzione queste supreme entità delle gerarchie spirituali circondano immediatamente la Divinità, la Trinità Divina, e ne godono la visione sin dal principio. E’ dunque d’immensa importanza sapere che quelle entità, quando cominciano a esistere, vedono Dio, e mentre vivono continuamente contemplano la Divinità. Quanto esse operano, quanto fanno, è suscitato dalla loro visione di Dio; Dio agisce attraverso ad esse. Non sarebbe loro possibile fare diversamente, non sarebbe loro mai possibile agire diversamente da come agiscono, perché la visione divina è una forza tanto possente, agisce su di loro in tal modo che esse con immediata sicurezza, con immediato impulso, eseguono gli ordini della Divinità. Ponderare, giudicare, tutto ciò non esiste nelle schiere di quelle entità; non v’è che la visione degli ordini divini e il conseguente immediato impulso a tradurre in atto quanto si è loro palesato. Vedono così la Divinità nella sua forma originaria e vera, la Divinità quale è. Esse si vedono solo come le esecutrici del volere e della saggezza divina. Così è per la gerarchia suprema.
Se scendiamo alla successiva gerarchia, a quelle entità che chiamiamo dominazioni, virtù e potestà, o anche spiriti della saggezza, del movimento e della forma, dobbiamo dire: esse non hanno più così direttamente la visione della Divinità, non vedono più Dio nella sua forma immediata quale Egli è, ma nelle sue rivelazioni in cui Egli (se così si può dire) si rivela per mezzo della sua faccia, della sua fisionomia. Naturalmente è loro impossibile non riconoscere che quella è la Divinità; hanno anche loro un impulso immediato di seguire le rivelazioni della Divinità, come è per serafini, cherubini e troni. L’impulso non è più tanto possente, ma è ancora immediato. Per serafini, cherubini e troni sarebbe impossibile dire che essi potrebbero non eseguire ciò che vedono essere prescritto da Dio; sarebbe impossibile a motivo della loro prossimità a Dio. Ma sarebbe pure assolutamente escluso che le dominazioni, le virtù e le potestà intraprendessero qualcosa che non fosse voluto dalla Divinità stessa.

La lotta nei cieli e gli esseri luciferici

Affinché l’evoluzione del mondo potesse progredire, dovette perciò avvenire un fatto del tutto particolare.
Nel periodo intermedio tra l’evoluzione di Giove e quella di Marte (l’antico Sole e l’antica Luna), a un certo numero di entità appartenenti alla sfera delle virtù fu dato l’ordine, se mi è lecito esprimermi così, d’intervenire in modo da porre ostacoli al processo evolutivo invece di favorirlo. Questo fatto è quello che abbiamo imparato a conoscere come la lotta nei cieli. Dunque fu come introdotta nell’evoluzione l’opera di certe virtù a cui era stato impartito quel comando… Per il bene dell’umanità si doveva dare quel comando a certe virtù; queste non erano malvagie; non occorre concepirle come virtù malefiche; si può dire ch’esse si sacrificarono opponendosi quali ostacoli al processo evolutivo. Queste virtù si possono perciò chiamare le Divinità degli ostacoli, nel più vasto senso della parola. Da questo punto in poi fu data la possibilità a tutto quanto si verificò nell’avvenire. Queste virtù così comandate non erano ancora cattive per se stesse; erano al contrario le grandi forze promotrici dell’evoluzione, in quanto contrastavano l’evoluzione normale. Ma appunto perché la contrastarono, furono le generatrici del male; ché, in seguito a ciò, a poco a poco nacque il male. (…)
Vediamo così che sotto un certo riguardo soltanto per il fatto che le virtù ricevettero quell’ordine, fu data all’uomo la possibilità di raggiungere per forza propria la meta che neppure i più elevati serafini potevano raggiungere per forza propria. Serafini, cherubini, troni non possono assolutamente agire altrimenti che seguendo direttamente gli impulsi dati dalla Divinità. Nemmeno le dominazioni e tutta la seconda gerarchia possono agire diversamente. Delle virtù, una parte ricevette il comando di opporsi all’evoluzione; dunque anche le virtù, che per così dire si frapposero come ostacolo sulla via dell’evoluzione, non potevano fare altro che seguire i comandi divini. Anche in quella che si potrebbe chiamare l’origine del male, anche in ciò esse eseguono solo il volere divino. Facendosi serve del male, compiono il volere divino il quale, attraverso il male, vuol sviluppare il più forte bene.
Se discendiamo ora alle entità che chiamiamo potestà, anch’esse, da sé, non avrebbero mai potuto giungervi. Anch’esse non avrebbero potuto divenire “cattive” per forza propria; neppure gli spiriti della personalità e neppure gli spiriti del fuoco.
Una parte degli angeli rifiutò la possibilità di divenire cattiva, non si lasciò per così dire sedurre dalle forze che dovevano introdurre degli ostacoli, e serbò fedeltà all’antica natura. Così fino agli angeli, e ancora in una parte di essi, troviamo entità delle gerarchie spirituali che non possono assolutamente far altro che seguire il volere divino, per le quali non vi è possibilità di derogare dal volere divino. Questo è l’essenziale.
Gli angeli che si sono precipitati nella corrente prodotta dalle virtù durante la lotta nei cieli sono quelli che, a cagione delle loro azioni seguenti, chiamiamo esseri luciferici. (…)
In tutta la scala delle gerarchie troviamo così la possibilità della libertà solo in una parte degli angeli e negli uomini. Per così dire nella schiera degli angeli comincia la possibilità della libertà, ma solo nell’uomo essa si sviluppa del tutto e nel modo giusto. Quando l’uomo scese sulla Terra, egli dovette innanzitutto cadere in balìa della grande potenza degli spiriti luciferici. L’uomo è stato salvato dall’esser sopraffatto dalle forze che lo attiravano verso il basso, solo per il fatto che entità preesistenti lo protessero, che gli angeli rimasti in alto e gli arcangeli s’incarnarono in individui speciali e lo guidarono.

Luce fisica e Vera Luce

E’ noto che secondo la Bibbia, nel libro Genesi, gli uomini furono creati in un modo molto singolare. Tra l’altro ci viene narrato che Lucifero si accostò ad Eva e le disse che se avesse fatto quello che Lucifero voleva, le si sarebbero aperti gli occhi. Quando in quel passo della Bibbia si parla del bene e del male, non si intende il bene o il male morale: questo appartiene a un tutt’altro strato dell’evoluzione della civiltà. Lì viene menzionato come bene e male qualcosa che si vede esteriormente, non in modo animico-spirituale, bensì con gli occhi fisici.
I vostri occhi saranno aperti!”. Prima non erano aperti: la cosa va presa proprio alla lettera. Prima che Lucifero gli si accostasse, l’uomo guardava intorno a sé e vedeva le stelle fisse mediante la chiaroveggenza di cui era dotato: le vedeva come esse sono nella loro sostanza, nella sostanza degli Spiriti della saggezza, le vedeva cioè spiritualmente. L’uomo cominciò a scorgerle fisicamente (cioè una luce percepibile ai suoi fisici cominciò a splendergli intorno) solo quando egli stesso fu soggiaciuto alla tentazione luciferica. Questo significa che le stelle fisse non sono percepibili fisicamente, non irradiano luce fisica fintanto che si trovano nella condizione in cui vengono dirette dagli Spiriti della saggezza. Una luce fisica può diffondersi solo sulla base di qualcosa che soggiaccia alla luce come un elemento portante, solo se la luce viene per così dire legata a un mezzo portante. Perché una stella fissa possa diventare visibile è necessario ancora qualcosa d’altro, oltre al fatto che gli Spiriti della saggezza operino in essa. E’ necessario cioè che in quella stella fissa agiscano spiriti luciferici ribelli contro la mera sostanza della saggezza, spiriti che infondano il proprio principio nella mera sostanza della saggezza. Ecco dunque che all’interno della stella fissa ciò che è visibile solo spiritualmente si trova commisto all’elemento luciferico che (nella stella fissa stessa) insorge contro quella visibilità esclusivamente spirituale, qualcosa che porta la luce fino ad essere visibile fisicamente.
(…) Quindi possiamo comprendere rettamente l’antico motto: “Christus verus Lucifer”. Oggi queste parole non suonano più bene. Esse suonavano ancora bene quando si sapeva dagli antichi insegnamenti occulti che nella luce fisica esteriore si manifesta Lucifero, il portatore di luce: e si sapeva pure che, penetrando oltre la luce fisica fino agli Spiriti della saggezza, penetrando cioè fino alla luce spirituale, si perviene al portatore della luce spirituale: al Cristo, Christus verus Lucifer.

La Luna

Anche la Luna, come tutti gli altri corpi celesti, è in connessione con entità delle gerarchie superiori. Gli Spiriti della saggezza fondarono sulla Luna una loro colonia, per salvare l’equilibrio; perciò anche nella direzione proveniente dalla Luna agiscono sull’uomo certi spiriti pareggiatori, in opposizione a Lucifero che si era accostato all’uomo e che, come diffuse la luce, così pure immerse i suoi principi nell’anima umana. Possiamo dunque accennare alla Luna anche come sede di un avversario di Lucifero, come dimora di spiriti non luminosi, che però debbono essere presenti per tenere l’equilibrio agli impulsi progressivi dei “portatori di luce” (Phosphoros, Lucifero), al tempo stesso gli spiriti tentatori dell’umanità.
In fondo, il segreto della Luna e del suo principio spirituale fu svelato all’umanità per la prima volta in seno all’ebraismo antico, e ciò che abbiamo riscontrato di fisico nella Luna, nel suo aspetto spirituale fu designato come il principio di Jahve dall’antico ebraismo. Con ciò la Luna viene per così dire designata come il punto di partenza delle forze d’azione dell’oppositore di Lucifero sull’umanità: Jahve, o Jehova, è l’antagonista di Lucifero. L’antica dottrina segreta ebraica guardava il Sole, dicendo: lì, nel Sole, operano gli invisibili Spiriti della saggezza che sono visibili solo per la vista spirituale, non per quella fisica. Per quest’ultima risplende da lassù il principio di Lucifero. Del principio solare è visibile esteriormente solo Lucifero; ma dentro vi opera in modo misterioso, invisibile per la vista fisica, tutto quello a cui si può pervenire per tramite degli Spiriti della saggezza; essi ne costituiscono la porta d’ingresso. Uno di questi Spiriti della saggezza si è separato e sacrificato, prendendo dimora sulla Luna, per agire da lì in modo che la luce venga domata, ma anche cancellato l’effetto spirituale di Lucifero. In Jahve, o Jehova, l’antichità ebraica vedeva un inviato di quelle schiette entità spirituali superiori sulle quali la vista si apre attraverso gli Spiriti della saggezza, quando si guardi spiritualmente il Sole.

Nomenclatura steineriana

Nella seguente tabella sono riportati i nomi delle gerarchie spirituali secondo l’antica denominazione e secondo la denominazione creata da Rudolf Steiner nel suo libro “La scienza occulta”. Nell’ordine appaiono: nomi greci o ebraici, nomi latini, nomi italiani, nomenclatura di Steiner, Sfera d’azione.

- Seraphim, Seraphim, Serafini, Spiriti dell’amore, Cielo empireo o Cristallino
- Cherubim, Cherubim, Cherubini, Spiriti dell’armonia, Stellato
- Thronoi, Throni, Troni, Spiriti della volontà, Saturno
- Kyriotetes, Dominationes, Dominazioni, Spiriti della saggezza, Giove
- Dynameis, Virtutes, Virtù, Spiriti del movimento, Marte
- Exusiai (Elohim), Potestates, Potestà, Spiriti della forma, Sole
- Archai, Principatus, Principati, Spiriti della personalità o del tempo, Venere
- Archangeloi, Archangeli, Arcangeli, Spiriti del fuoco o dei popoli, Mercurio
- Angeloi, Angeli, Angeli, Figli della vita, Luna

L'Arcangelo Michele

Brano di Rudolf Steiner, Sedi di Misteri nel Medioevo: “L’essenza di Michele”, Editrice Antroposofica, Milano 1984

Dalla fine dell’ultimo terzo del secolo scorso, gli uomini possono incontrare lo spirito chiamato Michele in modo cosciente. Michele è un’entità del tutto particolare: un’entità che, in sostanza, non rivela nulla da sé, se non le si porta incontro, dalla Terra, qualche frutto di uno strenuo lavoro spirituale. Michele è uno spirito taciturno, chiuso. Mentre gli altri Arcangeli dirigenti sono spiriti loquaci (spiritualmente parlando, s’intende), Michele è uno spirito chiuso, taciturno, che dà tutt’al pù poche, scarse direttive, poiché quello che si riceve da Michele non è veramente la parola, ma lo sguardo (se è lecito dir così), la forza dello sguardo. Ciò è dovuto al fatto che in fondo Michele si occupa soprattutto di quanto gli uomini creano partendo dallo spirituale. Egli vive negli effetti di ciò che gli uomini hanno creato; gli altri spiriti invece vivono piuttosto con le cause. Gli altri spiriti immettono nell’uomo gli impulsi a ciò ch’egli deve fare; Michele sarà il vero eroe spirituale della libertà. Egli lascia fare agli uomini, ma accoglie poi ciò che dalle loro azioni deriva, per portarlo più oltre nel cosmo, per proseguire nel cosmo l’azione, l’attività che gli uomini non sono ancora in grado di compiere.

Di fronte ad altre entità della gerarchia degli Arcangeli, si ha il senso che da esse provengano, in grado maggiore o minore, gli impulsi a compiere azioni diverse. Michele invece è lo spirito dal quale non derivano impulsi diretti, perché nell’attuale periodo della sua reggenza gli eventi scaturiscono dalla libertà umana. Quando però l’uomo, mosso unicamente dalla sua libertà, stimolato dalla lettura della luce astrale, compie coscientemente o incoscientemente questo o quello, Michele trasferisce nel cosmo l’azione umana terrena, affinché divenga azione cosmica. Egli si preoccupa dunque delle conseguenze, altri spiriti piuttosto delle cause.

Michele però non è solamente uno spirito chiuso e taciturno: egli si accosta all’uomo con una chiara ripulsa di molte cose in cui questi vive oggi ancora sulla Terra. Per esempio, tutte le cognizioni riguardanti la vita degli uomini, degli animali o delle piante, che mirano a dare importanza alle qualità ereditate, a ciò che si trasmette ereditariamente nella natura fisica, si ha l’impressione che Michele le respinga con disapprovazione. Con ciò vuol mostrare che quelle cognizioni non possono fruttare nulla all’uomo per il mondo spirituale. Michele può trasportare nel cosmo soltanto ciò che l’uomo trova nel mondo umano, in quello animale o in quello vegetale, indipendentemente da quanto è soggetto all’ereditarietà. Di fronte a questo genere di conoscenze, non ci viene incontro, da parte di Michele, l’eloquentissimo gesto della mano che respinge disapprovando, bensí il consenso dello sguardo che dice: “Questo è pensato giustamente, agli occhi della direzione del cosmo!”. Ecco infatti ciò che s’impara sempre più a voler conseguire: meditare per raggiungere la luce astrale, per poter contemplare i misteri dell’esistenza, allo scopo di presentarsi poi a Michele onde riceverne lo sguardo di approvazione, che dica: “Questo va bene, questo è giusto agli occhi della guida del cosmo".

La profezia di Michele

Brano di Rudolf Steiner, “Considerazioni esoteriche su nessi karmici”, Editrice Antroposofica, Milano 1992

Nella profezia di Michele si prevede che numerosi antroposofi si reincarnino alla fine del secolo ventesimo, per portare a un pieno culmine quel che oggi deve esser fatto dal nostro movimento.

Questo dovrebbe sollecitare l’antroposofo: io sono qui, l’impulso antroposofico è in me, e io lo riconosco come l’impulso di Michele; aspetto, e nell’attesa mi rafforzo mediante il giusto lavoro antroposofico nel presente, sfrutto il breve periodo che è concesso proprio agli antroposofi nel secolo ventesimo tra morte e rinascita, per ritornare alla fine del secolo e continuare il movimento con forza ancor più spirituale. Mi preparo a questa nuova epoca tra il ventesimo secolo e il ventunesimo (così si dice una vera anima antroposofa), poiché sulla Terra vi sono molte forze distruttive. 

Tutta la vita culturale, tutta la civiltà è destinata alla decadenza se la spiritualità dell’impulso di Michele non afferrerà gli uomini, se essi non saranno in grado di risollevare la civiltà che oggi rotola verso il basso. 

Se ci saranno anime sinceramente antroposofe che introducano in questo modo la spiritualità nella vita terrena, si avrà un movimento verso l’alto; se non ci saranno, la decadenza continuerà. La guerra mondiale, con tutte le sue conseguenze, sarà solo l’inizio di mali peggiori.
Oggi l’umanità è di fronte a una grande scelta: o di vedere precipitare nell’abisso tutta la civiltà, oppure di innalzarla di nuovo mediante la spiritualità, di condurla avanti nel senso insito nell’impulso di Michele che precede l’impulso del Cristo.

L’invocazione di Steiner all’Arcangelo Michele

Michael!

Prestami la tua spada
affinché io sia armato
per vincere in me il Drago.

Riempimi della tua forza
affinché io sgomini gli Spiriti
che vogliono paralizzarmi.

Agisci entro di me
perché splenda la luce del mio Io
così ch’io possa compiere gesta
degne di te, Michael!

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